giovedì 24 ottobre 2013

ALESSANDRO NESTA e la LAZIO


“Potevo andare in tante squadre, avevo solo l’imbarazzo della scelta ma io non volevo andarmene dalla Lazio: stavo bene, ero il capitano, guadagnavo bene e quella era la mia città e la mia squadra per la quale avevo sempre tifato. Durante la stagione mi avevano comunicato che dovevo andar via, c'erano state tensioni ed è successo un po' di macello perchè io non volevo andarmene. Per me quello era il calcio, il mio calcio era la Lazio. Sono venute tante squadre, ho sempre detto di no, poi il giorno dell’ultimo allenamento prima della chiusura del mercato eravamo in campo a fare il torello a Formello e c’era il figlio del presidente che ogni tanto chiamava uno di noi perché la Lazio doveva assolutamente vendere. Ad un certo punto mi ha chiamato e mi ha passato il telefono dicendo che dovevo andare via, che dovevo accettare per forza perché il mercato stava chiudendo e la società aveva bisogno di incassare. Non ho potuto fare nulla, mi hanno mandato via subito, neanche il tempo di prendere le mie cose perché dovevo prendere l’aereo per Milano. Il mio sogno era quello di giocare per sempre con la Lazio, ma non ho avuto nessuna possibilità di scelta. Non mi sono sentito tradito, ma la società in quel momento mi ha fatto uscire male di scena. Ero giovane se mi fosse capitato adesso sarei riuscito a difendermi meglio e a gestire sicuramente meglio la vicenda. Io capisco le esigenze di quel momento della Lazio che doveva venderci per fare cassa, ma farmi passare addirittura per uno che voleva andare via non è stato bello e mi ha ferito. Dovevano dire come stavano realmente le cose in quel momento, perché tanto poi è uscita fuori la verità, ovvero che la Lazio era piena di debiti e che per sopravvivere aveva bisogno di cedere me e Crespo. Invece mi hanno fatto passare per uno che voleva andare via, quando la realtà era diversa. Avevo ricevuto tanto dalla Lazio, ma avevo anche dato tanto, quindi avrei meritato di andare via in un altro modo. Quando sono arrivato a San Siro, dove c’era un derby amichevole, avevo una gran confusione in testa, non capivo nulla di quello che stava succedendo. Lo ammetto, non l’ho vissuto affatto bene quel giorno. Mi sono trovato mille cose addosso, io poi per carattere sono uno che non ama la vetrina. Mi hanno messo sul balcone a salutare la gente con una maglietta in mano, mi sono trovato in una realtà che non mi apparteneva. Sono andato in conferenza stampa con Galliani con una faccia da funerale, perché quello era il mio stato d’animo. Ero dispiaciuto per quello che avevo lasciato, poi con il tempo mi sono ambientato, sono stato bene a Milano. Vincere poi aiuta ma quello che ho visto e vissuto quando vincemmo lo scudetto a Roma non l'ho mai più vissuto in tutta la mia vita."

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