venerdì 31 maggio 2013

Iraq violenze senza fine

In Iraq ogni mese fa registrare un record di violenza rispetto al mese precedente e ci si avvicina pericolosamente alla 

media di mille morti ogni 30 giorni del biennio di sangue 2006-2007» dichiara a tempi.it Francesca Manfroni, giornalista 

direttrice responsabile di Osservatorio Iraq. Gli attentati che continuano a sconvolgere il paese sono aumentati in modo 

costante nel 2013, insieme al numero delle vittime. A gennaio, infatti, sono state uccise 357 persone, 358 a febbraio, 

394 a marzo, 561 ad aprile e 839 in questo mese di maggio, secondo Iraq Body Count, per un totale di 2.509 morti nei 

primi cinque mesi del 2013.

Le motivazioni? Due.... Una è la protesta del dicembre del 2012, quando i sunniti, che sono la maggioranza nel paese 

ma di fatto estromessi da tutti i veri luoghi di potere dell’Iraq, sono scesi in piazza nella provincia di al-Anbar, roccaforte 

sunnita, e hanno invaso le strade per protestare contro il governo del primo ministro sciita al-Maliki. La repressione della 

protesta ha portato all’esasperazione. 

Quindi, a stretto giro, l’aggravarsi della guerra in Siria sta destabilizzando il già fragile equilibrio dell’Iraq. C’è un’ondata di 

miliziani che dalla zona di al-Anbar vanno a combattere in Siria e tanti che entrano in Iraq dallo stesso confine. Di 

conseguenza, sul suolo iracheno sono aumentate le milizie armate che rendono incandescente la situazione. Ho 

riscontrato, infine, anche una guerra in corso tra bande di mercenari, che ormai si scontrano tra di loro.

L’Iraq non è solo preda di una guerra a carattere confessionale, c’è un problema di potere, interno e internazionale. 

Dietro all’Iraq, infatti, giocano sempre una partita importante gli Stati Uniti e l’Iran. Il premier sciita al-Maliki, che 

secondo molti ha instaurato una vera e propria nuova dittatura, tanto che in questi giorni il Parlamento vuole approvare 

una legge che gli impedisca di governare per un terzo mandato, è riuscito a rimanere in bilico tra americani e iraniani, 

ottenendo una volta l’appoggio di questi e un’altra l’appoggio di quelli.




La comunità cristiana è ormai ridotta a meno dell’1 per cento della popolazione, vivono soprattutto asserragliati nel nord 

dell’Iraq, completamente abbandonati dalla comunità internazionale. Tutelare la comunità cristiana, invece, è 

importante perché l’Iraq rischia di perdere quelli che hanno costituito il suo mosaico di civiltà. I cristiani, infatti, erano 

una componente importantissima del paese, erano anche inseriti bene a livello politico. Oggi sono marginalizzati e 

continuamente attaccati da gruppi estremisti islamici.


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