lunedì 21 settembre 2015

Compleanni. 21 settembre: Faith Hill


Audrey Faith Perry McGraw, in arte Faith Hill (Jackson, 21 settembre 1967), è una cantante country statunitense, famosa in Italia per i brani The Way You Love Me e There You'll Be, tratti rispettivamente dall'album Breathe e dalla colonna sonora del film Pearl Harbor.




Faith viene adottata dopo dieci giorni dalla nascita. Cresce in una piccola cittadina chiamata "Star" e, terminate le superiori, lavora in un bar come cameriera. Si sposa per la prima volta nel 1989 a 22 anni con il produttore Daniel Hill, da cui prenderà il cognome. Nel 1993 si trasferisce a Nashville, capitale della musica country e viene subito notata per le sue qualità vocali.
Nello stesso anno firma un contratto con la Warner Bros. e lancia il suo primo album Take Me as I Am. Dopo due anni torna con It Matters to Me. Nel 1996, dopo aver divorziato, sposa il cantante country Tim McGraw. La coppia ha tre figlie. I primi album della sua carriera sono strettamente country e, nonostante i successi dei primi singoli, si capisce subito che la musica country le sta stretta poiché costringe la sua carriera entro i confini nazionali.
Nel 1998 esce il suo terzo album Faith da cui si percepisce un suono orientato verso la musica pop. Il disco raggiunge la settima posizione in classifica ed è un successo. Nel 1999 tutto si ripete: Faith lancia sul mercato internazionale il suo quarto album Breathe che raggiunge la prima posizione negli USA e nel mondo vendendo oltre dodici milioni di copie, ottenendo ben 8 nomination per i Grammy Awards e riuscendo ad ottenere un posto nella classifica della RIAA come uno dei 100 album più venduti nella storia della musica.
Durante quel periodo si scatena l'ira dei primi fan di Faith che si sentono traditi per il suo cambiamento e l'accusano di ingratitudine nei confronti del tipo di musica che l'ha resa famosa. Nel 2001 il disco arriva anche in Italia insieme ad un numero cospicuo di hit come Breathe, The Way You Love Me e This Kiss. Nell'inverno dello stesso anno Faith lancia la sua prima collezione, There You'll Be, nome tratto dal primo singolo dell'album.
L'anno successivo è la volta di Cry prodotto in collaborazione con Angie Aparo che raggiunge la vetta negli USA. Nel 2005 ha lanciato Fireflies, l'album che segna il ritorno alla musica country. Quest'ultimo disco ha venduto oltre 2 milioni di copie solo negli Stati Uniti, eguagliando così le vendite del discusso Cry. Faith può essere ascoltata nel disco Let It Go del marito Tim McGraw in ben due canzoni: I Need You e Shotgun Rider. Nel 2007, sono usciti due singoli intitolati Lost e Red Umbrella, ascoltabili anche sul suo sito, che anticipano l'uscita della collezione The Hits, out il 28 settembre.


La canzone I Need You, duetto con Tim McGraw, è stata nominata per due Grammy Awards allo show del 10 febbraio 2008 ma non ha vinto. Il 16 settembre 2008 è stato pubblicato il suo primo album natalizio intitolato Joy to the World. Insieme alla rivale Shania Twain, Faith è considerata come una delle donne famose più belle del mondo.

Profughi gettano gettare in acqua i loro compagni di viaggio cristiani. 12 vittime



Un gruppo di 105 clandestini, tutti di nazionalità nigeriana, maliana, ghanese, ivoriana e senegalese, su una natante rubato, hanno iniziato la traversata del Canale di Sicilia. Arrivati in alto mare un gruppo minoritario di 15 persone, appartenenti alla religione di pace eterna islamica, in nome di Allah, ha iniziato a gettare in acqua i loro compagni di viaggio cristiani. 12 cristiani, 12 Aylan, 12 persone, sono morte annegate in nome di Allah nel più assordante silenzio del mondo.
Il natante carico di clandestini è stato intercettato dalla Marina Militare che ha successivamente trasbordato i clandestini e li ha trasportati a Palermo dove la Polizia ha provveduto, dopo le testimonianza, ad arrestare 15 islamici, con l’accusa di omicidio. Rimarranno in carcere o presto diverranno ospiti sgraditi a carico dei contribuenti?

Bimbi d'Europa? Nessuna tutela dai governanti!


Mentre i politici europei  e buona parte dei media asserviti si stano stracciando le vesti per il blocco ungherese contro i “profughi” siriani, ( invece di tendere la mano Orban poiché si sta dimostrando uno dei pochi protettori dell’Europa), un colpevole silenzio cala su episodi molto gravi perpetrati da alcuni "graditi " ospiti d' Europa.
 
In Germania, mentre il Vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel dichiarava che la Germania poteva accogliere un milione di migranti durante l’anno in corso nonostante siano stati ripristinati i controlli alle frontiere e concludeva la sua solenne dichiarazione dicendo che chi cerca asilo in Germania potrà soggiornarvi senza problemi, nei pressi di Sindelfingen, vicino la Mercedes Factory, su un ponte dell’autostrada è stato esposto uno striscione nero con scritta bianca, che riporta delle meravigliose parole di pace e tolleranza, ecco cosa c’è scritto: “Euer Kinder werden Allah beten oder sterben”. Chiaro il messaggio? Traduzione:” I vostri bambini pregheranno Allah o moriranno”. Ora è più chiaro o serve un’ulteriore spiegazione? E’ chiaro che il politici eurabici ed Obama, stanno importando nella civile Europa la Jihad e questa non è immigrazione, questa è un’invasione atta a sottometterci con ogni mezzo! Aiutare i bisognosi è un dovere ma purché si faccia per amore e non per soldi, ma farsi minacciare da certa gentaglia non va permesso mai!
 
 

domenica 20 settembre 2015

Cuba. Papa Francesco: incontro a sorpresa!



Papa Francesco incontra Fidel Castro a Cuba. L’incontro è durato circa trenta minuti ed è avvenuto nella residenza di Castro. Il papa, per la prima volta a Cuba, ha definito la riapertura delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti “un esempio di riconciliazione per il mondo intero”. Il pontefice ha fatto anche un appello alla pace tra il governo colombiano e le Farc


Papa Francesco ha dunque incontrato all'Avana l'anziano leader della rivoluzione cubana Fidel Castro. Lo ha riferito il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. L'incontro, durato circa 30-40 minuti, è avvenuto nella residenza di Fidel Castro, alla presenza dei familiari dell'anziano leader - una quindicina di persone -, mentre il Papa era accompagnato dal nunzio apostolico a Cuba, mons. Giorgio Lingua, e da altre persone del seguito.

Grecias elezioni: i risultati


Alexis Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia.
Syriza ha ottenuto il 35,5 per cento dei voti, sette punti percentuali in più rispetto ai conservatori di Nea dimokratia, quando sono stati scrutinati più del 50 per cento dei seggi. È la seconda volta in un anno che Tsipras vince le elezioni politiche in Grecia. Syriza otterrà 145 seggi, contro i 75 dei conservatori nel parlamento greco formato da 300 seggi. Tsipras ha annunciato che formerà un governo con gli  indipendenti di Anel, come a gennaio. Un buon risultato è stato ottenuto dal partito Alba dorata che ha preso il 7,2 per cento ed è tornato a essere il terzo partito greco.

Tuttavia anche questa volta Tsipras non potrà governare senza formare una coalizione.
Con il 50 per cento dei voti scrutinati, Syriza è del 35,5 per cento dei voti contro un 28,1 per la destra di Nea dimokratia (Nd), dunque con un vantaggio di più di 7 punti.
Il leader di Nd Vangelis Meimarakis ha ammesso la sconfitta. “Sembra che Syriza e Tsipras siano arrivati primi, gli faccio le mie congratulazioni”, ha dichiarato durante un’intervista in televisione, a poche ore dalla chiusura dei seggi e con solo un quarto dei seggi scrutinati.
“Davanti a noi c’è un cammino di lavoro e lotta”, ha twittato Tsipras prima di parlare in televisione.

Μπροστά μας ανοίγεται ο δρόμος της δουλειάς και των αγώνων (Tsipras)

Pallavolo: a Napoli si impongono le azzurre sulla Germania

Azzurre: a Napoli l’Italia concede il bis, 3-1 contro la Germania
 
ITALIA - GERMANIA 3-1 (25-21, 25-20, 22-25, 25-16)
 
ITALIA: Lo Bianco 1, C. Bosetti 7, Arrighetti 7, Sorokaite 17, Del Core 8, Chirichella 13. Libero: De Gennaro. Malinov, Centoni 3, Tirozzi 5, Sansonna, Costagrande 7. N.e: Diouf, Guiggi, L. Bosetti e Folie. All. Bonitta
GERMANIA: Brinker 15, Kozuch 13, Apitz 1, Beier, Brandt 6, Silge 9. Libero: Thomsen. Stigrot 5, Weiss, Weihenmaier 10, Geerties 1. N.e: Durr, Pettke e Kauffeldt. All. Pedullà
Arbitri: Morgillo e Talento.
Spettatori: 5250. Durata Set: 28’, 27’, 29’, 20’.
Italia: 10 bs, 4 a, 8 m, 30 et.
Germania: 12 bs, 8 a, 9 m, 32 et.
Napoli. Nella seconda amichevole al PalaVesuvio di Napoli la nazionale italiana femminile ha concesso il bis, superando la Germania 3-1 (25-21, 25-20, 22-25, 25-16). Buona la prova delle ragazze di Bonitta, capaci di ripagare nel migliore dei modi il numeroso pubblico partenopeo, che anche in questa sfida non ha fatto mancare il proprio caloroso incitamento. L’Italia si è aggiudicata l’incontro al termine di quattro set che l’hanno quasi sempre vista padrona del campo, ad eccezione del quarto parziale. Durante il match, il ct italiano ha fatto largo uso della panchina, inserendo: Malinov, Centoni, Tirozzi, Costagrande e Sansonna.
Miglior marcatrice della partita è risultata Indre Sorokaite con 17 punti, seguita da Cristina Chirichella 13 p., autrice di ben 6 muri.
Per le azzurre l’amichevole ha rappresentato l’ultimo test prima dei Campionati Europei, in programma dal 26 settembre al 4 ottobre in Belgio e Olanda. Nei prossimi giorni il tecnico azzurro definirà la lista delle quattordici convocate che il 24 settembre partiranno da Fiumicino alla volta di Apeldoorn.
La partita di stasera è stata anche l’occasione per ricordare il giornalista Giancarlo Siani: ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. Per il trentennale della sua scomparsa l’Associazione Nazionale Magistrati, in collaborazione con la Fondazione Pol.i.s., l ’Associazione Giancarlo Siani, la FIPAV, il Comitato Regionale Campania e il Comune di Napoli, ha promosso l’iniziativa dal titolo “Un muro contro le mafie”. L’obiettivo era quello di onorare Siani anche come uomo di sport, essendo stato sia giocatore di pallavolo che allenatore a livello giovanile. A tal proposito nel pomeriggio si sono esibite una rappresentativa Under 15 campana e un'altra formata da allievi ed ex compagni di squadra di Siani. L’evento, patrocinato dal Coni, ha visto la partecipazione anche dell’associazione LIBERA e del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità.
Prima dell’inizio di Italia-Germania il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, presente in tribuna, ha premiato la nazionale azzurra ed in particolare le quattro atlete napoletane.
Nella seconda serale il Ct Bonitta ha presentato tre novità rispetto alla formazione iniziale di ieri, inserendo Sorokaite per Diouf, Caterina Bosetti al posto della sorella Lucia e Arrighetti per Guiggi.
Molto buono l’approccio delle ragazze di Bonitta che nel primo set hanno subito allungato sulle avversarie, sfruttando la vena ispirata della coppia Sorokaite-Del Core. Il capitano azzurro (8 punti nel set) è stata una vera e propria spina nel fianco per le tedesche, costretta a cedere (25-21).
Nel secondo set (dentro Tirozzi per Del Core) la Germania non ha avuto neanche il tempo di riprendersi, che si è trovata sotto (1-7) sul turno in servizio di Caterina Bosetti. L’ampio margine di vantaggio ha permesso a Lo Bianco e compagne di amministrare senza problemi il parziale, nonostante un tentativo di rimonta tedesco (25-20).
Più combattuta la terza frazione, con una Germania che si è dimostrata vogliosa di riscatto ed è salita di livello in difesa. L’Italia, per la prima volta in svantaggio nel match, ha tentato di colmare la distanza, ma lo sforzo non ha prodotti gli effetti sperati (22-25).
Assai diverso il copione nel quarto set, nel quale le azzurre hanno spinto sin dall’inizio sull’acceleratore staccando le avversarie. Lanciate dai muri della Chirichella, le ragazze di Bonitta non hanno più rallentato e si sono imposte (25-16).
Concluso il bel week end napoletano l’Italia domani mattina farà rientro al Centro di Preparazione Olimpica Giulio Onesti, dove si allenerà fino a mercoledì per poi giovedì trasferirsi ad Apeldoorn. L’esordio nella rassegna continentale è fissato il 26 settembre alle ore 18.30 contro la Polonia.  
MARCO BONITTA: “In queste due partite ho visto davvero tante cose interessanti, oltretutto contro una squadra di alto livello, che sono sicuro sarà tra le protagoniste dell’Europeo. Usciamo rafforzati da questi test, perché sono la dimostrazione che stiamo lavorando nella giusta direzione. Adesso abbiamo ancora tre giorni di allenamento, dopo i quali farò le mia scelta definitiva sul gruppo che partirà per l’Olanda. Voglio ringraziare il pubblico di Napoli, sia ieri che oggi è stato fantastico.”
ANTONELLA DEL CORE: “È stata un’esperienza che non potrò mai dimenticare, voglio ringraziare tuta l’organizzazione perché il lavoro fatto è stato ottimo. Ci hanno permesso di disputare due partite di fronte a un pubblico meraviglioso, e io sono molto contenta di averlo ripagato con due belle vittorie. Per il ritorno nella mia città non potevo aspettarmi di meglio. All’esordio nell’Europeo manca poco, non vediamo l’ora di cominciare.”

L'Angelus del Papa a Cuba

Abbiamo ascoltato nel Vangelo come i discepoli avevano paura di interrogare Gesù quando parlava della sua passione e della sua morte. Li spaventava e non potevano comprendere l’idea di vedere Gesù soffrire sulla croce. Anche noi siamo tentati di fuggire dalle nostre croci e dalle croci degli altri, di allontanarci da chi soffre. Al termine della Santa Messa, in cui Gesù si è nuovamente donato a noi con il suo corpo e sangue, rivolgiamo ora il nostro sguardo alla Vergine, nostra Madre. E le chiediamo che ci insegni a stare vicino alla croce del fratello che soffre. Che impariamo a vedere Gesù in ogni uomo sfinito sulla strada della vita; in ogni fratello affamato o assetato, che è spogliato o in carcere o malato. Insieme alla Madre, sotto la croce, possiamo capire chi è veramente “il più grande”, e che cosa significa essere uniti al Signore e partecipare alla sua gloria.
Impariamo da Maria ad avere il cuore sveglio e attento alle necessità degli altri. Come ci ha insegnato alle Nozze di Cana, siamo solleciti nei piccoli dettagli della vita, e non smettiamo di pregare gli uni per gli altri, perché a nessuno manchi il vino dell’amore nuovo, della gioia che Gesù ci offre.
In questo momento mi sento in dovere di rivolgere il mio pensiero all’amata terra di Colombia, «consapevole dell’importanza cruciale del momento presente, in cui, con sforzo rinnovato e mossi dalla speranza, i suoi figli stanno cercando di costruire una società pacifica». Che il sangue versato da migliaia di innocenti durante tanti decenni di conflitto armato, unito a quello di Gesù Cristo sulla Croce, sostenga tutti gli sforzi che si stanno facendo, anche qui in questa bella Isola, per una definitiva riconciliazione. E così la lunga notte del dolore e della violenza, con la volontà di tutti i colombiani, si possa trasformare in un giorno senza tramonto di concordia, giustizia, fraternità e amore, nel rispetto delle istituzioni e del diritto nazionale e internazionale, perché la pace sia duratura. Per favore, non possiamo permetterci un altro fallimento in questo cammino di pace e riconciliazione. Grazie a Lei, Signor Presidente, per tutti ciò che fa in questo lavoro di riconciliazione.
Vi invito ora ad unirci nella preghiera a Maria, per mettere tutte le nostre preoccupazioni e aspirazioni presso il Cuore di Cristo. E in modo particolare la preghiamo per coloro che hanno perso la speranza, e non trovano motivi per continuare a lottare; per quanti soffrono l’ingiustizia, l’abbandono e la solitudine; preghiamo per gli anziani, i malati, i bambini e i giovani, per tutte le famiglie in difficoltà, perché Maria asciughi le loro lacrime, li consoli con il suo amore di Madre, restituisca loro la speranza e la gioia. Madre santa, ti affido questi tuoi figli di Cuba: non abbandonarli mai!

Il Papa a Cuba: Messa domenicale

Gesù rivolge ai suoi discepoli una domanda apparentemente indiscreta: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?” (Mc 9,33). Una domanda che anche oggi Egli può farci: Di cosa parlate quotidianamente? Quali sono le vostre aspirazioni? «Essi – dice il Vangelo – tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande» (Mc 9,34). Si vergognavano di dire a Gesù di cosa stavano parlando. Come nei discepoli di ieri, anche in noi oggi si può riscontrare la medesima discussione: “Chi è il più grande?”.
Gesù non insiste con la sua domanda, non li obbliga a dirgli di che cosa parlavano per la strada; eppure quella domanda rimane, non sono nella mente, ma anche nel cuore dei discepoli.
“Chi è il più grande?”. Una domanda che ci accompagnerà per tutta la vita e alla quale saremo chiamati a rispondere nelle diverse fasi dell’esistenza. Non possiamo sfuggire a questa domanda, è impressa nel cuore. Ho sentito più di una volta in riunioni famigliari domandare ai figli: “A chi volete più bene, al papà o alla mamma?”. È come domandare: chi è più importante per voi? Questa domanda è davvero solo un semplice gioco per bambini? La storia dell’umanità è stata segnata dal modo di rispondere a questa domanda.
Gesù non teme le domande degli uomini; non ha paura dell’umanità, né dei diversi interrogativi che essa pone. Al contrario, Egli conosce i “recessi” del cuore umano, e come buon pedagogo è sempre disposto ad accompagnarci. Fedele al suo stile, fa’ propri i nostri interrogativi, le nostre aspirazioni e dà loro un nuovo orizzonte. Fedele al suo stile, riesce a dare una risposta capace di porre una nuova sfida, spiazzando le “risposte attese” o ciò che era apparentemente già stabilito. Fedele al suo stile, Gesù pone sempre in atto la logica dell’amore. Una logica capace di essere vissuta da tutti, perché è per tutti.
Lontano da ogni tipo di elitarismo, l’orizzonte di Gesù non è per pochi privilegiati capaci di giungere alla “conoscenza desiderata” o a distinti livelli di spiritualità. L’orizzonte di Gesù è sempre una proposta per la vita quotidiana, anche qui, nella “nostra” isola; una proposta che fa sempre sì che la quotidianità abbia un certo sapore di eternità.
Chi è il più grande? Gesù è semplice nella sua risposta: «Se uno vuole essere il primo – ossia il più grande – sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Chi vuole essere grande, serva gli altri, e non si serva degli altri!
E questo è il grande paradosso di Gesù. I discepoli discutevano su chi dovesse occupare il posto più importante, su chi sarebbe stato il privilegiato – ed erano i discepoli, i più vicini a Gesù, e discutevano di questo! –, chi sarebbe stato al di sopra della legge comune, della norma generale, per mettersi in risalto con un desiderio di superiorità sugli altri. Chi sarebbe asceso più rapidamente per occupare incarichi che avrebbero dato certi vantaggi.
E Gesù sconvolge la loro logica dicendo loro semplicemente che la vita autentica si vive nell’impegno concreto con il prossimo, cioè servendo.
L’invito al servizio presenta una peculiarità alla quale dobbiamo fare attenzione. Servire significa, in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo. Sono i volti sofferenti, indifesi e afflitti che Gesù propone di guardare e invita concretamente ad amare. Amore che si concretizza in azioni e decisioni. Amore che si manifesta nei differenti compiti che come cittadini siamo chiamati a svolgere. Sono persone in carne e ossa, con la loro vita, la loro storia e specialmente la loro fragilità, che Gesù ci invita a difendere, ad assistere, a servire. Perché essere cristiano comporta servire la dignità dei fratelli, lottare per la dignità dei fratelli e vivere per la dignità dei fratelli. Per questo, il cristiano è sempre invitato a mettere da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili.
C’è un “servizio” che serve gli altri; però dobbiamo guardarci dall’altro servizio, dalla tentazione del “servizio” che “si” serve degli altri. Esiste una forma di esercizio del servizio che ha come interesse il beneficiare i “miei”, in nome del “nostro”. Questo servizio lascia sempre fuori i “tuoi”, generando una dinamica di esclusione.
Tutti siamo chiamati dalla vocazione cristiana al servizio che serve e ad aiutarci a vicenda a non cadere nelle tentazioni del “servizio che si serve”. Tutti siamo invitati, stimolati da Gesù a farci carico gli uni degli altri per amore. E questo senza guardare accanto per vedere che cosa il vicino fa o non fa. Gesù ci dice: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Costui diventa il primo. Non dice: “Se il tuo vicino desidera essere il primo, che serva”. Dobbiamo guardarci dallo sguardo che giudica e incoraggiarci a credere nello sguardo che trasforma, al quale ci invita Gesù.
Questo farci carico per amore non punta verso un atteggiamento di servilismo, ma al contrario, pone al centro la questione del fratello: il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone.
Il santo Popolo fedele di Dio che vive a Cuba è un popolo che ama la festa, l’amicizia, le cose belle. È un popolo che cammina, che canta e loda. È un popolo che ha delle ferite, come ogni popolo, ma che sa stare con le braccia aperte, che cammina con speranza, perché la sua vocazione è di grandezza. Così l’hanno seminata i vostri antenati. Oggi vi invito a prendervi cura di questa vocazione, a prendervi cura di questi doni che Dio vi ha regalato, ma specialmente voglio invitarvi a prendervi cura e a servire la fragilità dei vostri fratelli. Non trascurateli a causa di progetti che possono apparire seducenti, ma che si disinteressano del volto di chi ti sta accanto. Noi conosciamo, siamo testimoni della «forza incomparabile» della risurrezione che «produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 276.278).
Non dimentichiamoci della Buona Notizia di oggi: la grandezza di un popolo, di una nazione; la grandezza di una persona si basa sempre su come serve la fragilità dei suoi fratelli. E in questo troviamo uno dei frutti di una vera umanità.
Perché, cari fratelli e sorelle, “chi non vive per servire, non serve per vivere”.

giovedì 16 luglio 2015

"Grazie caro papà". STUPENDA LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO.


 

MANFREDI BORSELLINO. Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Dimissioni Papa Benedetto: perchè?


Dopo circa tre anni dalle dimissioni di Joseph Ratzinger dal Soglio di Pietro, emergono nuovi particolari e retroscena (TUTTI da VALUTARE e CONFERMARE) sulle mo...tivazioni che spinsero Benedetto XVI a lasciare il suo incarico.
A raccontarle sarebbe stato, poco prima della sua morte, padre Silvano Fausti, deceduto a 75 anni lo scorso 25 giugno. Secondo quanto avrebbe raccontato Fausti, Benedetto XVI avrebbe avuto, nel giugno del 2012 un incontro con il Cardinale Carlo Maria Martini. I due, si incontrano al raduno mondiale delle Famiglie. Martini, che sarebbe poi morto il 31 agosto dello stesso anno, in un breve colloquio disse al Papa che la Curia non si sarebbe riformata e che a lui non restava che lasciare. Dopo quell'incontro Benedetto XVI, tornato in Vaticano, cominciò a parlare con i suoi collaboratori dell'idea di dare le dimissioni. Non riuscirono a dissuaderlo.
Così l'11 febbraio 2013 dichiarò la sua rinuncia al pontificato (attuata dal 28 dello stesso mese). "Dimissioni già programmate dall’inizio del papato - se le cose non fossero andate come dovevano -, fin da quando al Conclave del 2005 Martini spostò i suoi consensi su Ratzinger per evitare i "giochi sporchi" che puntavano a eliminare tutti e due ed eleggere "uno di Curia, molto strisciante, che non ci è riuscito", rivela il padre gesuita. Insomma a quanto pare la scelta di Ratzinger sarebbe figlia anche di una certa impotenza nel riuscire a cambiare la Curia. Finché a Milano, quel giorno, Martini gli disse "è proprio ora, qui non si riesce a fare nulla".

70 anni fa esplodeva la prima bomba atomica



Il 16 luglio 1945 nel deserto del New Mexico si svolse Trinity Test del Progetto Manhattan, per provare l’efficacia della bomba nucleare.
«Sono diventato la Morte, il distruttore dei mondi».
È così che Robert Oppenheimer raccontava l'esplosione della prima bomba atomica, alla cui costruzione aveva collaborato.
Nel cuore del deserto della Jornada del Muerto, in New Mexico, un fungo atomico squarcia il cielo e infrange il silenzio. È la mattina del 16 luglio 1945 (il tardo pomeriggio in Italia) e gli scienziati del progetto Manhattan, che si occupano di realizzare i primi esperimenti nucleari, hanno appena testato la potenza di Gadget, la prima bomba atomica della storia. Sono passati settant’anni da quell'avvenimento che ha cambiato le sorti dell’umanità.
Nemmeno un mese dopo infatti, il 6 agosto 1945, la bomba atomica Little Boy venne sganciata su Hiroshima. Morirono all’istante 80mila persone.