lunedì 23 marzo 2015

Cronaca: immagini della settimana

cosa è accaduto in Italia e nel mondo negli ultimi 7 giorni?
Ecco a voi......................





Salute: contro lo stress



Basta un po' di tempo libero e tanta costanza per ottenere dei risultati benefici per l'organismo semplicemente posizionando un cubetto di ghiaccio su un punto preciso del collo. Questo punto, chiamato Feng Fu secondo l'agopuntura, è situato alla base del cranio, appena sotto la parte inferiore della calotta nella zona superiore del collo. 
 Se si mette regolarmente del ghiaccio in quel punto, è stato dimostrato che il corpo risulta visibilmente ringiovanito, l'umore migliora e ci si sente più in forze. Come fare: distesi a pancia in giù, posizionare del ghiaccio sul punto Feng Fu e tenerlo per 20 minuti. Ci si può aiutare a tenerlo in posizione con una fasciatura o un foulard.
Per ottenere risultati è indispensabile farlo regolarmente, con una distanza di due o tre giorni tra un'applicazione e l'altra. I momenti migliori sono al mattino a stomaco vuoto o la sera prima di dormire. Dopo 30-40 secondi si può sentire un leggero calore arrivare sul punto. Durante i primi giorni si può anche avvertire una sensazione di euforia a causa del rilascio di endorfine. Ed ecco alcuni dei benefici che si possono trarre dalla stimolazione del punto Feng Fu: miglior qualità del sonno e dell'umore, sollievo da mal di testa, di denti, raffreddore e problemi digestivi. La terapia può essere utile in caso di malattie respiratorie, cardiovascolari, problemi di tiroide, dolori mestruali.



mercoledì 4 marzo 2015

UE: no allo schiaffo come gesto educativo


Da sempre ci si interroga se sia meglio un «sano ceffone» ogni tanto, per evitare di tirar su figli bamboccioni o viziati, oppure se le mani siano da tenere a freno in ogni caso. Centinaia di pagine sui manuali di pedagogia familiare invitano sempre più ad abbandonare qualunque forma di violenza educativa. Del resto, anche il Consiglio d’Europa non ha dubbi e condanna (simbolicamente) la Francia che ancora non prevede, tranne che in alcuni ambiti (tra cui la scuola), un «divieto sufficientemente chiaro, vincolante e preciso delle pene corporali», tra cui schiaffi e sculacciate, violando così l’articolo 17 della Carta europea dei diritti sociali. Secondo l’associazione britannica per la protezione dell’infanzia, «Approach», auspice dell’iniziativa europea, sarebbero cinque i Paesi da richiamare, e tra questi c’è anche l’Italia.
Nel Paese di Maria Montessori e di don Milani, ancora nel 2012, secondo «Save the Children», per un quarto dei genitori lo schiaffo era un gesto educativo. Ciò non toglie che fortunatamente le cose, in pochi decenni, siano cambiate radicalmente: non la bacchettata ma il colpetto sulla nuca mollato dal prof di matematica, che ancora negli anni Ottanta veniva tollerato, oggi sarebbe inaccettabile, anzi perseguibile per legge. E se un Franti aggiornato al 2015 si prendesse uno schiaffone in un luogo pubblico, per strada o a scuola, scatterebbe la denuncia penale della famiglia, sempre pronta a schierarsi a difesa del pargolo, specie di fronte a maestri e professori.
D’altra parte, ha ragione Gilles Lazimi, coordinatore della campagna francese contro le violenze educative, quando definisce eticamente non difendibile lo schiaffo a un bambino in un Paese, come il suo, che proibisce di «colpire un animale». E le ricerche scientifiche dimostrano l’incremento di aggressività in giovani cresciuti con le «maniere forti». Ma se capita che papà e mamma escono dai gangheri? Persino l’ American Academy of Pediatrics invita i genitori a non lasciarsi autoflagellare dai sensi di colpa per lo scapaccione in un momento di esasperazione. Purché sia inserito in un contesto di abituale serenità, dialogo, affetto. Perdere il controllo è sempre un segno di impotenza e l’unica dimostrazione di autorità è saper porre dei limiti senza ricorrere alla minaccia verbale (c’è anche quella!) o fisica. Per fortuna sia il mondo di Franti sia quello di Pinocchio sono lontani.

Falso in bilancio si cambia


Via le soglie di non punibilità, procedibilità sempre d’ufficio ma con una distinzione di pene per le società quotate e quelle non quotate che passa attraverso concetti quali la lieve entità o la particolare tenuità del fatto. L’emendamento sul falso in bilancio predisposto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando è pronto, ma già si prevede che avrà vita difficile. Perché non convince né chi invocava maggiore severità (M5s e minoranza interna del Pd), né Forza Italia contraria alla stretta, né Confindustria che fa sapere di ritenere troppo generici i criteri di applicazione delle nuove norme. Tant’è che in Commissione Giustizia al Senato, dove da mesi è battaglia sul ddl anticorruzione, l’emendamento del governo non è stato presentato. Si è fermato a Palazzo Chigi, per la precisione sul tavolo dei ministro dei Rapporti col Parlamento Maria Elena Boschi alle prese con le perplessità del ministero dello Sviluppo Economico rispetto alle modifiche messe a punto dal Guardasigilli. Il quale, dal canto suo, rivendica una impostazione «più lineare e semplice» al falso in bilancio: «sarà il giudice a decidere caso per caso».

In sintesi, le modifiche dell’emendamento Orlando prevedono: 1)la differenza tra società quotate e non quotate: per le prime pena da 3 a 8 anni, per le seconde da 1 a 5, e non più da 2 a 6, come in una precedente ipotesi per le imprese sotto i 600 mila euro di volume d’affari; 2) per le società non quotate viene prevista una attenuante che fa calare la pena da 6 mesi a tre anni se «i fatti sono di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni delle società e e delle modalità o degli effetti della condotta»; 3) anche per il falso in bilancio vale la non punibiltà per «particolare tenuità del fatto», che copre reati puniti con pena non superiore ai 5 anni, ma con il limite che essa sarà applicabile solo per le piccolissime imprese non soggette alle norme sul fallimento. L’abbassamento a 5 anni della pena massima per le società non quotate in borsa rende impossibile le intercettazioni e questo manda su tutte le furie M5S («è una presa in giro») che ieri si è visto respingere l’emendamento sugli agenti provocatori.

In aula al Senato lo slittamento è certo, visto che la Commissione ha fissato per giovedì i termini dei subemendamenti presentati dal relatore Nico D’Ascola per inasprire le pene per la corruzione in atti giudiziari (6-12 anni, 6-14 e 6-20 per le forme aggravate) e per l’induzione indebita (6-10 anni). Nel frattempo alla Camera si apre il fronte prescrizione: Orlando, in una riunione con la maggioranza, ha prefigurato un allungamento dei termini per i reati della pubblica amministrazione. Ma Ncd protesta perché ciò renderebbe «imprescrittibili» alcuni reati. Con «l’unico grave effetto di allungare i processi».

martedì 10 febbraio 2015

10 Febbraio. Per non dimenticare LE FOIBE!


Con l'espressione massacri delle foibe, o spesso solo foibe, si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati molti dei corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, "foibe".
Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Negli ultimi anni ha invece dimostrato la sua buona volontà, di far luce sulla vicenda, il Governo della Repubblica di Slovenia, consegnando nel 2005 al sindaco di Gorizia l'elenco dei goriziani arrestati da parte delle autorità jugoslave, redatto in base alle informazioni in suo possesso. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell'ex Partito comunista italiano. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000
Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi le vittime venivano usualmente indicate in 15.000, anche se all'epoca tali valutazioni non erano basate su stime scientifiche, (e talvolta aumentate fino a 20.000 o 30.000).. Calcoli volumetrici eseguiti tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage della Foiba di Basovizza hanno ipotizzato la presenza di oltre duemila vittime in quella sola foiba.
Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Le salme effettivamente rinvenute di "infoibati" veri e propri finora sono circa un migliaio. Nell'uso comune, comunque, anche gli uccisi in altre circostanze legate all'avanzata delle forze jugoslave lungo il confine orientale italiano vengono considerati vittime "delle foibe".

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com'è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite.

Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.
In realtà la maggior parte delle vittime, considerate come "infoibate", vennero uccise o morirono di stenti o malattia nei campi di concentramento jugoslavi.

 

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe, tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.
 
« dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell'alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri "facciamo presto, perché si parte subito". Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole "un'altra volta li butteremo di qua, è più comodo", pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott'acqua schiacciandomi con la pressione dell'aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
Questa testimonianza della primavera del 1945 fu pubblicata il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora, e poi riportata integralmente e anonimamente nell'opuscolo Foibe, la tragedia dell'Istria, edito dal CLN dell'Istria]. A partire dall'inserimento della testimonianza in un libro di Giuseppe Bedeschi nel 1987, questa è stata poi varie volte ripresa dalla pubblicistica[100].
Anche le testimonianze degli scampati dalle foibe hanno causato delle polemiche politico-storiografiche: Pol Vice (pseudonimo di Paolo Consolaro) - un saggista di ispirazione marxista[ ed esponente di Rifondazione Comunista - ha sottoposto i testi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di falsi testimoni. Il libro di Pol Vice è stato presentato dall'editore - Alessandra Kersevan - come parte di un progetto più ampio comprendente anche dei similari testi di forte critica di Claudia Cernigoi, e Daniela Antoni. La Kersevan - varie volte presentata dalla stampa come "negazionista" - ritiene che sulle foibe stia «funzionando una propaganda forsennata (...) che ha come scopo preciso quello della rivalutazione del fascismo»: «un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia (...) costruito ed imposto all'opinione pubblica (...) dall'immediato dopoguerra ad oggi da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese», anche grazie a «storici compiacenti» come Pupo e Spazzali, con la Democrazia Cristiana in testa nell'appoggio politico ai «neo irredentisti ex fascisti.

lunedì 9 febbraio 2015

Cinema. In arrivo "Una nuova amica"


Una nuova amica”, il nuovo film del regista francese François Ozon, uscirà nelle sale italiane dal 19 marzo, distribuito da Officine UBU.
Dopo il successo di Nella casa e Giovane e bella, film che gli è valso la nomination alla Palma d’oro, François Ozon si concentra su un melodramma dalle tinte hitchcockiane che vede come protagonisti il poliedrico Romain Duris (Tutti i battiti del mio cuore, L’appartamento spagnolo, Il truffacuori) accanto all’astro nascente del cinema francese Anaïs Demoustier (Il tempo dei lupi, Le nevi del Kilimangiaro).
Tratto da una novella di Ruth Rendell, “Una nuova amica” vive delle emozioni contrastanti vissute da Claire (Anaïs Demoustier). Profondamente scossa dalla morte della migliore amica, con la quale aveva instaurato un’inscindibile relazione empatica, Claire si riapre alla gioia di vivere dopo una scoperta sorprendente e intrigante sul marito della defunta (Romain Duris), ma in un vortice di segreti, pulsioni inaspettate e doppie identità nascoste, la situazione comincia a sfuggirle di mano...

giovedì 5 febbraio 2015

Polonia. Ex presentatrice televisiva candidata alla presidenza


Ex presentatrice televisiva, 35 anni, un cognome che significa «cetriolo», Magdalena  Ogorek è il nome a sorpresa scelto da Sld, il partito che guidava la Polonia fino a una decina d’anni fa ma che ultimamente ha perso sempre più terreno, superato non solo dai centristi di Piattaforma civica di Donald Tusk, nel frattempo diventato presidente del Consiglio europeo, ma anche delle forze populiste e anti-europee, come Diritto e Giustizia dei dei fratelli Kaczynski.



La Ogorek, ex lettrice universitaria e recentemente consulente della Banca centrale polacca per i media, non ha chanche di vincere le elezioni del 10 maggio che vedono invece favorito il presidente uscente Bronislaw Komorowski, di Piattaforma Civica. Eppure è stata presa di mira senza pietà dalla stampa polacca, che l’ha criticata per il curriculum giudicato non all’altezza e perfino derisa per il cognome.


Gli ultimi sondaggi attribuiscono alla Ogorek il terzo posto alle presidenziali con l’8-10%, dietro Komorowski e il candidato del centro-destra Andrzej Duda. Komorowski ha sostituito Lech Kaczynski, morto il 10 aprile 2010 insieme con la moglie e altre 94 persone nella sciagura aerea a Smolensk in Russia.

mercoledì 4 febbraio 2015

I 40 anni di una star


                                       Natalie Imbruglia oggi ne compie 40. Oggi è così

Figlia di Elliot Imbruglia, e di Maxene Anderson, australiana, Natalie Imbruglia nasce a Sydney e cresce a Berkeley Vale. A cinque anni prende lezioni di danza jazz e in seguito di tip tap e di balletto. A sedici anni abbandona la scuola e si trasferisce a Sydney, alla ricerca di un modo per emergere nel campo dello spettacolo.
Il suo esordio fu come testimonial pubblicitario di una gomma da masticare giapponese. A 17 anni acquisì una certa notorietà come interprete di una soap opera molto famosa in Australia, Neighbours (in cui appaiono anche Kylie Minogue e Holly Valance). Il suo doveva essere un ruolo secondario, tanto che venne scritturata solo per due settimane. Il successo del personaggio fu però tale che gli autori decisero di darle un ruolo ben più rilevante. Fu un periodo piuttosto buono per Natalie che, tuttavia, dimostrò di non apprezzare molto la vita che stava conducendo, dichiarando in seguito: "Sono grata a quanti mi hanno consentito di fare l'attrice. Ho conosciuto tanta gente, ho potuto guadagnare molto e comprarmi i vestiti alla moda. Ma presto quel tipo di fama ha perduto il suo fascino. Due anni di quella vita e non mi riconoscevo più, ero diventata acida

giovedì 29 gennaio 2015

Il 13 giugno al Palalottomatica

 

di Costanza Miriano
     

di Costanza Miriano
Una mette a letto i figli, a posto i piatti, sforna la torta al cioccolato e affronta il gelo notturno per andare a una riunione con i tre amici e compagni di quella stramba avventura che abbiamo chiamato “Contro i falsi miti di progresso”. Dai, l’ultimo sforzo, si dice l’ignara madre di famiglia mentre cerca un paio di calze non bucate . Va lì tutta tranquilla e serena, perché pensa che il senso della riunione sia fondamentalmente dirsi: daje ragazzi che il peggio è passato, siamo sopravvissuti al convegno di Milano e agli attacchi mediatici e alle palate di m…aldicenze. Adesso sì che ci possiamo rilassare.
Va lì per accasciarsi sulla poltrona tra le persone a cui vuole bene, e mentre affetta la torta scopre che seduto davanti a lei c’è, sì, il suo amico, ma che con lui non si può rilassare, perché questo amico è anche un pazzo scatenato, un visionario, un uomo vero, un combattente, che ha deciso di infilarsi l’elmo, uscire dalla trincea, e rilanciare. Ha deciso che non è il momento di riposare, perché c’è una battaglia da fare e ci chiede se vogliamo combatterla con lui. Ha deciso di chiamare a raccolta un popolo, tutto il popolo degli uomini e delle donne di buona volontà, e di vedere se si riesce a riunirlo. Ma non in qualche salone parrocchiale, e neanche in un teatro. Quella magari era una cosa normale. No. Lui si è chiesto quale fosse lo spazio al chiuso più grande d’Italia, lo ha trovato, e lo ha preso.
Sabato 13 giugno alle 15 al Palalottomatica di Roma ci troveremo tutti insieme, quindicimila posti, quindicimila persone da tutta Italia per dire che la Corte Europea di Strasburgo che sanziona l’Italia perché non permette che i figli si comprino ci rende orgogliosissimi di essere italiani, che vogliamo rimanere orgogliosi del nostro paese non uniformato alla barbarie, che chiediamo all’Onu di votare la proposta di una moratoria di questa pratica che trasforma i bambini in merce, le donne in corpi da sfruttare, a volte fino alla morte come è successo alla diciassettenne indiana Sushma Pandey uccisa dalla iperstimolazione ovarica. Ci riuniamo per dire che i bambini non si comprano, che la persona è sacra, che le donne non si possono affittare, che i bambini hanno bisogno e diritto a un padre e a una madre, che l’ideologia del gender che insegnano nelle scuole è una vera e propria colonizzazione ideologica, come l’ha definita il Papa, che la Chiesa è rimasta l’unica ad avere il coraggio di annunciare all’uomo la verità su se stesso e che noi siamo con lei, la Chiesa madre nostra. Per far questo raccoglieremo le firme, sì, le raccoglieremo e le faremo arrivare al Palazzo di Vetro. Ma vogliamo anche trovarci insieme, per parlarci, guardarci negli occhi e capire insieme, e per farci vedere.
L’ignara madre di famiglia che si trova in un’avventura che non aveva mai neanche sospettato possibile quando cominciava a scrivere alle amiche sulla bellezza dello sposarsi, si immagina istantaneamente al centro di un palazzetto, sopra un palco, con trentamila occhi addosso, e si chiede se abbia davvero qualcosa da dire a qualcuno, se possa veramente permettersi di insegnare agli altri qualcosa. Si convince del fatto che il 13 giugno avrà sicuramente un altro impegno, tipo portare il criceto dal veterinario (non ce l’ho un criceto, ma posso sempre procurarmelo). Si conferma nella certezza che se anche il criceto starà bene, lei avrà senz’altro mal di testa, e comunque una visita di controllo criceti è sempre una cosa buona. Cerca una via di uscita, poi incontra lo sguardo infiammato dei suoi amici che dicono che se davvero riempissimo il Palalottomatica, cosa che non è riuscita a nessuno negli ultimi dieci anni sarebbe un miracolo, ma che i miracoli ci stanno simpatici, e succedono, e capisce che non può tirarsi indietro. Sa già che da qui a giugno saranno mesi impegnativi, ma d’altra parte a ognuno è chiesto di collaborare come può, e che ognuno deve stare al suo posto di combattimento – la mamma che cambia il pannolino fa esattamente la stessa cosa che faccio io: rimane dove si trova, e lo fa tenendo la postazione centimetro per centimetro, a piccoli passi possibili.
Pur lontanissima dalla politica anche la padrona dell’eventuale criceto capisce che in questi mesi in Italia si giocherà una partita importantissima a livello legislativo. C’è un’offensiva normativa e politica in corso, proprio in questi giorni, in questi mesi, e c’è un popolo che si sta mobilitando, per ricordare che contro il popolo non si legifera. Un popolo che si mobilita perché è vero che la battaglia decisiva è quella contro il nostro peccato, è la conversione, e lì non si combatte a colpi di convegni né di articoli, ma di preghiera e di vita vera, ma è vero anche che mentre noi siamo impegnati a convertirci ci sono bambini in carne ed ossa che vengono prodotti, venduti, eliminati se imperfetti, comprati, cresciuti in famiglie senza il padre o senza la madre. Noi vogliamo che questa cosa in Italia non sia consentita. Noi vogliamo fermare leggi che la permettano, perché quando una legge entra il vigore fa mentalità, abbassa la soglia della consapevolezza, della vigilanza morale, come purtroppo è successo con l’aborto in tutto il mondo. Noi vogliamo che il governo in Italia si accorga di noi – per questo Mario Adinolfi ha affittato lo spazio più grande che ha trovato in tutto il paese – vogliamo che sappia che c’è un popolo insieme a noi, un popolo che la neolingua dei giornali e la colonizzazione ideologica stanno cercando di rieducare. Noi resisteremo a questa ondata, a colpi di incontri, di libri, di convegni, di passaparola, di articoli, di tweet e di post, ognuno come può. A colpi di copie vendute questo giornale. A colpi di telefonate agli amici, e di pazienti spiegazioni (se prendo un altro caffè con un amico da convincere mi ricoverano).
Mentre la marea avanza, noi saremo i partigiani del buon senso, e conquisteremo un cuore per volta, con l’unica arma che abbiamo: chiamare le cose col proprio nome. Lo faremo dicendo che due uomini o due donne non possono fare un figlio, e quindi devono necessariamente comprarlo se lo vogliono produrre. Dicendo che un figlio comprato soffre perché è intessuto nel grembo di una mamma di cui ha imparato la voce il battito l’odore, e che non vedrà più. Dicendo che le espressioni “due mamme” e “due papà” sono false e profondamente disoneste, perché necessariamente uno solo è il genitore vero (l’altro magari sta dall’altra parte del mondo e si chiama KR 348)
Noi lo sappiamo che ogni volta che riusciamo a far sedere una persona, a parlarle con calma guardandola negli occhi, dicendole cosa significa davvero dire che gli omosessuali hanno “diritto a un figlio” – dolore, strazio, compravendita di esseri umani, persone, madri e figli, sacrificate nei tentativi – quella persona non può che essere d’accordo con noi, perché tutti sono nati da una madre e un padre, e anche se possiamo augurare agli omosessuali di non soffrire per una paternità o maternità mancata, non possiamo certo augurare a nessun bambino di essere privato della mamma o del babbo.
Per questo chiamiamo a raccolta tutti, i movimenti, tutti ma proprio tutti inclusi, soprattutto tutte le persone di buona volontà. Crediamo che se da lì, quel giorno, usciranno quindicimila persone decise a capire davvero cosa stanno cercando di far passare sopra le nostre teste, il nostro paese cambierà il corso della storia. Quindicimila teste pensanti e di buone volontà decise a passare parola possono davvero fare la differenza.
E siccome in questi giorni le maldicenze si sono concentrate su questo, perché davvero è difficile per alcuni credere che ci sia gente che fa tutto questo gratis, diciamo subito chi paga: gli incassi della Croce, che grazie a Dio è venduto bene e letto verranno tutti reinvestiti in questo, come il giornale è nato dagli incassi di Voglio la mamma, che Mario ha fatto stampare e di cui non ha intascato un euro. Capisco che sia difficile crederlo, ma Mario mi ha detto così e io ci credo: l’ho guardato negli occhi. La cosa a cui non credo è di essere in grado di preparare una torta al cioccolato per ogni pullman che verrà, come lui mi ha chiesto di fare, ma questa cosa la risolveremo poi.
Se però non ci si accontenta della spiegazione, e si vuole a tutti i costi sapere chi ci protegge (abbiamo sentito dire di tutto, gli Arabi, la CIA, tutti i partiti possibili, Putin e anche un po’ il complotto plutogiudaicomassonico), be’, si sappia che noi abbiamo agganci molto più in Alto. Il 13 giugno è il Sacro Cuore Immacolato di Maria, che, come lei ha promesso a Fatima, trionferà sul mondo. Ed è anche sant’Antonio da Padova, il santo dei miracoli. E come se non bastasse, troppa grazia, il 13 giugno è salita al cielo Chiara Corbella Petrillo. Spero che ai suoi cari, al marito Enrico prima di tutti, non dispiaccia se le chiedo di proteggerci in questa impresa, ma credo di poter osare (ci parlo spesso, ho la sua foto attaccata alla credenza). Sono certa che lei stia davvero dalla parte dei bambini, sempre, e lo ha dimostrato con coerenza offrendo la sua vita per salvare la loro.
La Croce – quotidiano 29/01/2015

mercoledì 21 gennaio 2015

Bimbi: no alla colonizzazione ideologica



Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare."

“Volete sapere cosa è la colonizzazione ideologica?”, domanda il Papa ai giornalisti che viaggiano con lui, chiarendo che il suo riferimento nei discorsi di questi giorni era al tentativo di imporre la cultura del Gender nelle scuole . “Colonizzazione ideologica è lo stesso – risponde dunque il Pontefice – che hanno fatto sempre i dittatori, anche in Italia con i ‘balilla’. Pensate anche alla ‘gioventù hitleriana’, a quel popolo che ha subito tanta sofferenza“, suggerisce ai giornalisti.
“Vi faccio – continua il Papa – un esempio che ho vissuto io nel 1995: una ministra dell’istruzione pubblica alla quale avevo chiesto un forte finanziamento per le scuole dei poveri, rispose – racconta Bergoglio – che lo avrebbe concesso a condizione che si adottasse un certo libro che insegnava la teoria del Gender. Ma i soldi non erano mica i suoi… Si trattava di colonizzazione ideologica”, spiega il Pontefice. Secondo Papa Francesco, “ogni popolo ha la sua storia” che andrebbe rispettata. “Gli imperi – invece – cercano di far perdere l’identità al popolo, questa è la globalizzazione della sfera e non del poliedro, che invece mantiene tante facce”. “C’è una mentalità – denuncia Bergoglio – che si vuole imporre e i vescovi africani si lamentavano di questo al Sinodo, di una costrizione ideologica: alcuni tendono proprio 30 denari per farsi forti con i bambini”.

È come costruire una cattedrale

                                       Costanza Miriano  

    

costruzione di cat2
di Costanza Miriano  per La Croce
Quando compare il numero di Mario Adinolfi sul mio cellulare è come se squillasse il telefono rosso della sala ovale, quello delle emergenze alla Casa Bianca. C’è di sicuro qualche guaio in vista. O mi vuole coinvolgere in qualche convegno per cui mi daranno dell’omofoba, o mi chiede di scrivere un pezzo, o c’è da combinare qualche altro danno. Bisogna temere soprattutto se il messaggio comincia con “tesoro”. Allora il cetriolo è sicuro.
Questa volta il “tesoro” non c’è, ma forse è perché a quest’ora, di domenica mattina, deve essere poco lucido anche lui. Siamo reduci da una giornata davvero intensa, quella del convegno di Milano. Io sto facendo le divisioni di terza elementare, dando una ripassatina all’aoristo sigmatico e al rinascimento, devo dare una parvenza di ordine alla casa un po’ provata dalla mia assenza di ieri e vedere se per caso riesco a simulare un pranzo domenicale (pare che i surgelati non siano omologati, mi viene in soccorso la roccia di casa, mio marito). E mi accorgo che sto facendo le solite vecchie cose con un altro spirito.
Così, quando Mario mi chiede di scrivere per questo giornale cosa mi è rimasto del convegno, ecco, mi accorgo che mi è rimasto innanzi tutto questo: la certezza ancora più salda che cercare di fare qualcosa per la famiglia, la mia innanzitutto, e poi le altre, è qualcosa di grande. È come costruire una cattedrale, è come combattere, è come stare in trincea. Qualcuno di noi lo fa parlando da un palco, qualcuno allattando, qualcuno correggendo compiti, qualcuno lavorando e portando il pane a casa, qualcuno a volte circoncidendo il suo cuore e i suoi pensieri, e decidendo di rimanere al proprio posto di combattimento, stando a mani nude contro la tentazione della stanchezza e della fuga, attimo dopo attimo. Torno a casa con la certezza di essere parte di un popolo che vuole dire la bellezza della famiglia, e che è pronto anche a grandi sacrifici per questo. Torno con l’impressione che a volte è necessario guardarsi negli occhi, stringersi in un abbraccio, per sapere che il tuo compagno di trincea fa la tua stessa fatica ma è lì pronto a darti una mano, perché la famiglia ha tanti nemici, fuori, nella società (leggi, fisco, cultura) ma anche dentro al cuore umano, al nostro cuore pieno di stranezze, malattie spirituali, fragilità.
Torno con la certezza che se avrò bisogno di qualcosa qualcuno in questo popolo sarà sempre pronto a darmi una mano e aprirmi una porta, così come ho visto fare ieri: famiglie ospitate da altre, figli affidati e scambiati, portafogli aperti per quelli che non ce la facevano. Torno con la certezza che qualcosa di vero muove tanti cuori, e che a volte si ha bisogno di guardarsi negli occhi. Non tanto di contarsi, perché sì, eravamo in tanti, ma quello che importa non è il numero, è la certezza della compagnia, è la scoperta che siamo amici veri, perché uniti da un Amico in comune. Ci siamo chiamati a raccolta senza mezzi, senza le corazzate della comunicazione, col passaparola, su facebook e per telefono. C’è chi ha preso un giorno di ferie (per una dottoressa l’unico del mese, dico!), chi ha dovuto risparmiare per fare questo viaggio. C’è chi ha preso un aereo, un treno, un traghetto addirittura. C’è chi è venuta anche se malata, e seriamente, e non è riuscita a entrare ed è stata tre ore al freddo solo per abbracciarci, con uno dei suoi bambini. Ci sono anche persone molto importanti, professionisti seri e stimati e noti a Milano, che si sono messi in coda come tutti e poi non sono riusciti a entrare. Alcuni se ne sono andati a casa a vederci in streaming, alcuni sono restati fuori. Tra quelli fuori c’era chi veniva dall’Abruzzo, e comunque non lo ha considerato un viaggio a vuoto.
Di tutto questo ovviamente non parleranno i giornali, che non hanno praticamente riferito una sola parola di quelle che abbiamo detto, ma solo commentato la bugia lanciata da un quotidiano (“convegno omofobo”), bugia di cui, ha detto Maroni, si occuperanno gli avvocati. E hanno riferito i commenti dei contestatori, che stavano fuori, a quella bugia. Poverini, non avevano sentito niente, era difficile che commentassero, ma magari riferire una frasetta di quelle che avevamo detto dentro, così, en passant, come se si fosse giornalisti, poteva essere una cosa bella. Tanto per cambiare, dai, famolo strano.
A me, personalmente, comunque non me ne potrebbe importare di meno (a me mi non si dice ma è rafforzativo). Io torno a casa con tre buste cariche di regali, dico tre buste. Generi di conforto di ogni tipo, alimentare e spirituale. Torno a casa con la certezza che vale la pena, che qualcosa di grande ci sta facendo battere il cuore. Torno a casa con la certezza che noi vogliamo solo annunciare la gioia, perché catholics do it better, e vogliamo solo passare parola, e non siamo contro nessuno, e secondo me chi era in sala di questo si è accorto.
Torno a casa dopo avere visto un sacerdote che si è fatto mille chilometri solo per parlare tre minuti, e non ha aperto bocca per protestare. Torno a casa sapendo che ci sono ancora veri uomini come i nostri mariti e pronti a dare la vita per noi. Torno a casa sapendo che nella Chiesa ce ne sono, di uomini così, sono i sacerdoti che hanno ancora voglia di dire all’uomo la verità su di sé, e che per farlo sono pronti a fare tanta fatica, e mica solo ai convegni, ma dentro ai confessionali, nelle parrocchie, in ginocchio davanti al Santissimo, uomini a cui non importa il consenso ma la felicità vera delle persone.
Torno a casa dopo avere visto e abbracciato (molte no, non ce l’ho fatta ad abbracciarle) tante donne che hanno dato la vita – biologica o no – a tanti, tantissimi bambini, o che si sono spese in altri modi per gli altri, donne vere e generose e felici di servire, non da schiave ma da volontarie custodi degli altri. Donne che potranno dire, come la mia amica medico: non so quando né come morirò. Per certo so che morirò stanca, e molto usata. Il mio utero, il mio seno, le mie mani il mio cuore il mio cervello. Avrò usato tutto di me per aiutare la vita, e sarò molto felice di avere consumato tutto quello che potevo.
fonte: La Croce