martedì 10 febbraio 2015

10 Febbraio. Per non dimenticare LE FOIBE!


Con l'espressione massacri delle foibe, o spesso solo foibe, si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati molti dei corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, "foibe".
Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Negli ultimi anni ha invece dimostrato la sua buona volontà, di far luce sulla vicenda, il Governo della Repubblica di Slovenia, consegnando nel 2005 al sindaco di Gorizia l'elenco dei goriziani arrestati da parte delle autorità jugoslave, redatto in base alle informazioni in suo possesso. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell'ex Partito comunista italiano. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000
Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi le vittime venivano usualmente indicate in 15.000, anche se all'epoca tali valutazioni non erano basate su stime scientifiche, (e talvolta aumentate fino a 20.000 o 30.000).. Calcoli volumetrici eseguiti tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage della Foiba di Basovizza hanno ipotizzato la presenza di oltre duemila vittime in quella sola foiba.
Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Le salme effettivamente rinvenute di "infoibati" veri e propri finora sono circa un migliaio. Nell'uso comune, comunque, anche gli uccisi in altre circostanze legate all'avanzata delle forze jugoslave lungo il confine orientale italiano vengono considerati vittime "delle foibe".

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com'è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite.

Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.
In realtà la maggior parte delle vittime, considerate come "infoibate", vennero uccise o morirono di stenti o malattia nei campi di concentramento jugoslavi.

 

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe, tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.
 
« dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell'alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri "facciamo presto, perché si parte subito". Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole "un'altra volta li butteremo di qua, è più comodo", pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott'acqua schiacciandomi con la pressione dell'aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
Questa testimonianza della primavera del 1945 fu pubblicata il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora, e poi riportata integralmente e anonimamente nell'opuscolo Foibe, la tragedia dell'Istria, edito dal CLN dell'Istria]. A partire dall'inserimento della testimonianza in un libro di Giuseppe Bedeschi nel 1987, questa è stata poi varie volte ripresa dalla pubblicistica[100].
Anche le testimonianze degli scampati dalle foibe hanno causato delle polemiche politico-storiografiche: Pol Vice (pseudonimo di Paolo Consolaro) - un saggista di ispirazione marxista[ ed esponente di Rifondazione Comunista - ha sottoposto i testi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di falsi testimoni. Il libro di Pol Vice è stato presentato dall'editore - Alessandra Kersevan - come parte di un progetto più ampio comprendente anche dei similari testi di forte critica di Claudia Cernigoi, e Daniela Antoni. La Kersevan - varie volte presentata dalla stampa come "negazionista" - ritiene che sulle foibe stia «funzionando una propaganda forsennata (...) che ha come scopo preciso quello della rivalutazione del fascismo»: «un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia (...) costruito ed imposto all'opinione pubblica (...) dall'immediato dopoguerra ad oggi da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese», anche grazie a «storici compiacenti» come Pupo e Spazzali, con la Democrazia Cristiana in testa nell'appoggio politico ai «neo irredentisti ex fascisti.

lunedì 9 febbraio 2015

Cinema. In arrivo "Una nuova amica"


Una nuova amica”, il nuovo film del regista francese François Ozon, uscirà nelle sale italiane dal 19 marzo, distribuito da Officine UBU.
Dopo il successo di Nella casa e Giovane e bella, film che gli è valso la nomination alla Palma d’oro, François Ozon si concentra su un melodramma dalle tinte hitchcockiane che vede come protagonisti il poliedrico Romain Duris (Tutti i battiti del mio cuore, L’appartamento spagnolo, Il truffacuori) accanto all’astro nascente del cinema francese Anaïs Demoustier (Il tempo dei lupi, Le nevi del Kilimangiaro).
Tratto da una novella di Ruth Rendell, “Una nuova amica” vive delle emozioni contrastanti vissute da Claire (Anaïs Demoustier). Profondamente scossa dalla morte della migliore amica, con la quale aveva instaurato un’inscindibile relazione empatica, Claire si riapre alla gioia di vivere dopo una scoperta sorprendente e intrigante sul marito della defunta (Romain Duris), ma in un vortice di segreti, pulsioni inaspettate e doppie identità nascoste, la situazione comincia a sfuggirle di mano...

giovedì 5 febbraio 2015

Polonia. Ex presentatrice televisiva candidata alla presidenza


Ex presentatrice televisiva, 35 anni, un cognome che significa «cetriolo», Magdalena  Ogorek è il nome a sorpresa scelto da Sld, il partito che guidava la Polonia fino a una decina d’anni fa ma che ultimamente ha perso sempre più terreno, superato non solo dai centristi di Piattaforma civica di Donald Tusk, nel frattempo diventato presidente del Consiglio europeo, ma anche delle forze populiste e anti-europee, come Diritto e Giustizia dei dei fratelli Kaczynski.



La Ogorek, ex lettrice universitaria e recentemente consulente della Banca centrale polacca per i media, non ha chanche di vincere le elezioni del 10 maggio che vedono invece favorito il presidente uscente Bronislaw Komorowski, di Piattaforma Civica. Eppure è stata presa di mira senza pietà dalla stampa polacca, che l’ha criticata per il curriculum giudicato non all’altezza e perfino derisa per il cognome.


Gli ultimi sondaggi attribuiscono alla Ogorek il terzo posto alle presidenziali con l’8-10%, dietro Komorowski e il candidato del centro-destra Andrzej Duda. Komorowski ha sostituito Lech Kaczynski, morto il 10 aprile 2010 insieme con la moglie e altre 94 persone nella sciagura aerea a Smolensk in Russia.

mercoledì 4 febbraio 2015

I 40 anni di una star


                                       Natalie Imbruglia oggi ne compie 40. Oggi è così

Figlia di Elliot Imbruglia, e di Maxene Anderson, australiana, Natalie Imbruglia nasce a Sydney e cresce a Berkeley Vale. A cinque anni prende lezioni di danza jazz e in seguito di tip tap e di balletto. A sedici anni abbandona la scuola e si trasferisce a Sydney, alla ricerca di un modo per emergere nel campo dello spettacolo.
Il suo esordio fu come testimonial pubblicitario di una gomma da masticare giapponese. A 17 anni acquisì una certa notorietà come interprete di una soap opera molto famosa in Australia, Neighbours (in cui appaiono anche Kylie Minogue e Holly Valance). Il suo doveva essere un ruolo secondario, tanto che venne scritturata solo per due settimane. Il successo del personaggio fu però tale che gli autori decisero di darle un ruolo ben più rilevante. Fu un periodo piuttosto buono per Natalie che, tuttavia, dimostrò di non apprezzare molto la vita che stava conducendo, dichiarando in seguito: "Sono grata a quanti mi hanno consentito di fare l'attrice. Ho conosciuto tanta gente, ho potuto guadagnare molto e comprarmi i vestiti alla moda. Ma presto quel tipo di fama ha perduto il suo fascino. Due anni di quella vita e non mi riconoscevo più, ero diventata acida

giovedì 29 gennaio 2015

Il 13 giugno al Palalottomatica

 

di Costanza Miriano
     

di Costanza Miriano
Una mette a letto i figli, a posto i piatti, sforna la torta al cioccolato e affronta il gelo notturno per andare a una riunione con i tre amici e compagni di quella stramba avventura che abbiamo chiamato “Contro i falsi miti di progresso”. Dai, l’ultimo sforzo, si dice l’ignara madre di famiglia mentre cerca un paio di calze non bucate . Va lì tutta tranquilla e serena, perché pensa che il senso della riunione sia fondamentalmente dirsi: daje ragazzi che il peggio è passato, siamo sopravvissuti al convegno di Milano e agli attacchi mediatici e alle palate di m…aldicenze. Adesso sì che ci possiamo rilassare.
Va lì per accasciarsi sulla poltrona tra le persone a cui vuole bene, e mentre affetta la torta scopre che seduto davanti a lei c’è, sì, il suo amico, ma che con lui non si può rilassare, perché questo amico è anche un pazzo scatenato, un visionario, un uomo vero, un combattente, che ha deciso di infilarsi l’elmo, uscire dalla trincea, e rilanciare. Ha deciso che non è il momento di riposare, perché c’è una battaglia da fare e ci chiede se vogliamo combatterla con lui. Ha deciso di chiamare a raccolta un popolo, tutto il popolo degli uomini e delle donne di buona volontà, e di vedere se si riesce a riunirlo. Ma non in qualche salone parrocchiale, e neanche in un teatro. Quella magari era una cosa normale. No. Lui si è chiesto quale fosse lo spazio al chiuso più grande d’Italia, lo ha trovato, e lo ha preso.
Sabato 13 giugno alle 15 al Palalottomatica di Roma ci troveremo tutti insieme, quindicimila posti, quindicimila persone da tutta Italia per dire che la Corte Europea di Strasburgo che sanziona l’Italia perché non permette che i figli si comprino ci rende orgogliosissimi di essere italiani, che vogliamo rimanere orgogliosi del nostro paese non uniformato alla barbarie, che chiediamo all’Onu di votare la proposta di una moratoria di questa pratica che trasforma i bambini in merce, le donne in corpi da sfruttare, a volte fino alla morte come è successo alla diciassettenne indiana Sushma Pandey uccisa dalla iperstimolazione ovarica. Ci riuniamo per dire che i bambini non si comprano, che la persona è sacra, che le donne non si possono affittare, che i bambini hanno bisogno e diritto a un padre e a una madre, che l’ideologia del gender che insegnano nelle scuole è una vera e propria colonizzazione ideologica, come l’ha definita il Papa, che la Chiesa è rimasta l’unica ad avere il coraggio di annunciare all’uomo la verità su se stesso e che noi siamo con lei, la Chiesa madre nostra. Per far questo raccoglieremo le firme, sì, le raccoglieremo e le faremo arrivare al Palazzo di Vetro. Ma vogliamo anche trovarci insieme, per parlarci, guardarci negli occhi e capire insieme, e per farci vedere.
L’ignara madre di famiglia che si trova in un’avventura che non aveva mai neanche sospettato possibile quando cominciava a scrivere alle amiche sulla bellezza dello sposarsi, si immagina istantaneamente al centro di un palazzetto, sopra un palco, con trentamila occhi addosso, e si chiede se abbia davvero qualcosa da dire a qualcuno, se possa veramente permettersi di insegnare agli altri qualcosa. Si convince del fatto che il 13 giugno avrà sicuramente un altro impegno, tipo portare il criceto dal veterinario (non ce l’ho un criceto, ma posso sempre procurarmelo). Si conferma nella certezza che se anche il criceto starà bene, lei avrà senz’altro mal di testa, e comunque una visita di controllo criceti è sempre una cosa buona. Cerca una via di uscita, poi incontra lo sguardo infiammato dei suoi amici che dicono che se davvero riempissimo il Palalottomatica, cosa che non è riuscita a nessuno negli ultimi dieci anni sarebbe un miracolo, ma che i miracoli ci stanno simpatici, e succedono, e capisce che non può tirarsi indietro. Sa già che da qui a giugno saranno mesi impegnativi, ma d’altra parte a ognuno è chiesto di collaborare come può, e che ognuno deve stare al suo posto di combattimento – la mamma che cambia il pannolino fa esattamente la stessa cosa che faccio io: rimane dove si trova, e lo fa tenendo la postazione centimetro per centimetro, a piccoli passi possibili.
Pur lontanissima dalla politica anche la padrona dell’eventuale criceto capisce che in questi mesi in Italia si giocherà una partita importantissima a livello legislativo. C’è un’offensiva normativa e politica in corso, proprio in questi giorni, in questi mesi, e c’è un popolo che si sta mobilitando, per ricordare che contro il popolo non si legifera. Un popolo che si mobilita perché è vero che la battaglia decisiva è quella contro il nostro peccato, è la conversione, e lì non si combatte a colpi di convegni né di articoli, ma di preghiera e di vita vera, ma è vero anche che mentre noi siamo impegnati a convertirci ci sono bambini in carne ed ossa che vengono prodotti, venduti, eliminati se imperfetti, comprati, cresciuti in famiglie senza il padre o senza la madre. Noi vogliamo che questa cosa in Italia non sia consentita. Noi vogliamo fermare leggi che la permettano, perché quando una legge entra il vigore fa mentalità, abbassa la soglia della consapevolezza, della vigilanza morale, come purtroppo è successo con l’aborto in tutto il mondo. Noi vogliamo che il governo in Italia si accorga di noi – per questo Mario Adinolfi ha affittato lo spazio più grande che ha trovato in tutto il paese – vogliamo che sappia che c’è un popolo insieme a noi, un popolo che la neolingua dei giornali e la colonizzazione ideologica stanno cercando di rieducare. Noi resisteremo a questa ondata, a colpi di incontri, di libri, di convegni, di passaparola, di articoli, di tweet e di post, ognuno come può. A colpi di copie vendute questo giornale. A colpi di telefonate agli amici, e di pazienti spiegazioni (se prendo un altro caffè con un amico da convincere mi ricoverano).
Mentre la marea avanza, noi saremo i partigiani del buon senso, e conquisteremo un cuore per volta, con l’unica arma che abbiamo: chiamare le cose col proprio nome. Lo faremo dicendo che due uomini o due donne non possono fare un figlio, e quindi devono necessariamente comprarlo se lo vogliono produrre. Dicendo che un figlio comprato soffre perché è intessuto nel grembo di una mamma di cui ha imparato la voce il battito l’odore, e che non vedrà più. Dicendo che le espressioni “due mamme” e “due papà” sono false e profondamente disoneste, perché necessariamente uno solo è il genitore vero (l’altro magari sta dall’altra parte del mondo e si chiama KR 348)
Noi lo sappiamo che ogni volta che riusciamo a far sedere una persona, a parlarle con calma guardandola negli occhi, dicendole cosa significa davvero dire che gli omosessuali hanno “diritto a un figlio” – dolore, strazio, compravendita di esseri umani, persone, madri e figli, sacrificate nei tentativi – quella persona non può che essere d’accordo con noi, perché tutti sono nati da una madre e un padre, e anche se possiamo augurare agli omosessuali di non soffrire per una paternità o maternità mancata, non possiamo certo augurare a nessun bambino di essere privato della mamma o del babbo.
Per questo chiamiamo a raccolta tutti, i movimenti, tutti ma proprio tutti inclusi, soprattutto tutte le persone di buona volontà. Crediamo che se da lì, quel giorno, usciranno quindicimila persone decise a capire davvero cosa stanno cercando di far passare sopra le nostre teste, il nostro paese cambierà il corso della storia. Quindicimila teste pensanti e di buone volontà decise a passare parola possono davvero fare la differenza.
E siccome in questi giorni le maldicenze si sono concentrate su questo, perché davvero è difficile per alcuni credere che ci sia gente che fa tutto questo gratis, diciamo subito chi paga: gli incassi della Croce, che grazie a Dio è venduto bene e letto verranno tutti reinvestiti in questo, come il giornale è nato dagli incassi di Voglio la mamma, che Mario ha fatto stampare e di cui non ha intascato un euro. Capisco che sia difficile crederlo, ma Mario mi ha detto così e io ci credo: l’ho guardato negli occhi. La cosa a cui non credo è di essere in grado di preparare una torta al cioccolato per ogni pullman che verrà, come lui mi ha chiesto di fare, ma questa cosa la risolveremo poi.
Se però non ci si accontenta della spiegazione, e si vuole a tutti i costi sapere chi ci protegge (abbiamo sentito dire di tutto, gli Arabi, la CIA, tutti i partiti possibili, Putin e anche un po’ il complotto plutogiudaicomassonico), be’, si sappia che noi abbiamo agganci molto più in Alto. Il 13 giugno è il Sacro Cuore Immacolato di Maria, che, come lei ha promesso a Fatima, trionferà sul mondo. Ed è anche sant’Antonio da Padova, il santo dei miracoli. E come se non bastasse, troppa grazia, il 13 giugno è salita al cielo Chiara Corbella Petrillo. Spero che ai suoi cari, al marito Enrico prima di tutti, non dispiaccia se le chiedo di proteggerci in questa impresa, ma credo di poter osare (ci parlo spesso, ho la sua foto attaccata alla credenza). Sono certa che lei stia davvero dalla parte dei bambini, sempre, e lo ha dimostrato con coerenza offrendo la sua vita per salvare la loro.
La Croce – quotidiano 29/01/2015

mercoledì 21 gennaio 2015

Bimbi: no alla colonizzazione ideologica



Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare."

“Volete sapere cosa è la colonizzazione ideologica?”, domanda il Papa ai giornalisti che viaggiano con lui, chiarendo che il suo riferimento nei discorsi di questi giorni era al tentativo di imporre la cultura del Gender nelle scuole . “Colonizzazione ideologica è lo stesso – risponde dunque il Pontefice – che hanno fatto sempre i dittatori, anche in Italia con i ‘balilla’. Pensate anche alla ‘gioventù hitleriana’, a quel popolo che ha subito tanta sofferenza“, suggerisce ai giornalisti.
“Vi faccio – continua il Papa – un esempio che ho vissuto io nel 1995: una ministra dell’istruzione pubblica alla quale avevo chiesto un forte finanziamento per le scuole dei poveri, rispose – racconta Bergoglio – che lo avrebbe concesso a condizione che si adottasse un certo libro che insegnava la teoria del Gender. Ma i soldi non erano mica i suoi… Si trattava di colonizzazione ideologica”, spiega il Pontefice. Secondo Papa Francesco, “ogni popolo ha la sua storia” che andrebbe rispettata. “Gli imperi – invece – cercano di far perdere l’identità al popolo, questa è la globalizzazione della sfera e non del poliedro, che invece mantiene tante facce”. “C’è una mentalità – denuncia Bergoglio – che si vuole imporre e i vescovi africani si lamentavano di questo al Sinodo, di una costrizione ideologica: alcuni tendono proprio 30 denari per farsi forti con i bambini”.

È come costruire una cattedrale

                                       Costanza Miriano  

    

costruzione di cat2
di Costanza Miriano  per La Croce
Quando compare il numero di Mario Adinolfi sul mio cellulare è come se squillasse il telefono rosso della sala ovale, quello delle emergenze alla Casa Bianca. C’è di sicuro qualche guaio in vista. O mi vuole coinvolgere in qualche convegno per cui mi daranno dell’omofoba, o mi chiede di scrivere un pezzo, o c’è da combinare qualche altro danno. Bisogna temere soprattutto se il messaggio comincia con “tesoro”. Allora il cetriolo è sicuro.
Questa volta il “tesoro” non c’è, ma forse è perché a quest’ora, di domenica mattina, deve essere poco lucido anche lui. Siamo reduci da una giornata davvero intensa, quella del convegno di Milano. Io sto facendo le divisioni di terza elementare, dando una ripassatina all’aoristo sigmatico e al rinascimento, devo dare una parvenza di ordine alla casa un po’ provata dalla mia assenza di ieri e vedere se per caso riesco a simulare un pranzo domenicale (pare che i surgelati non siano omologati, mi viene in soccorso la roccia di casa, mio marito). E mi accorgo che sto facendo le solite vecchie cose con un altro spirito.
Così, quando Mario mi chiede di scrivere per questo giornale cosa mi è rimasto del convegno, ecco, mi accorgo che mi è rimasto innanzi tutto questo: la certezza ancora più salda che cercare di fare qualcosa per la famiglia, la mia innanzitutto, e poi le altre, è qualcosa di grande. È come costruire una cattedrale, è come combattere, è come stare in trincea. Qualcuno di noi lo fa parlando da un palco, qualcuno allattando, qualcuno correggendo compiti, qualcuno lavorando e portando il pane a casa, qualcuno a volte circoncidendo il suo cuore e i suoi pensieri, e decidendo di rimanere al proprio posto di combattimento, stando a mani nude contro la tentazione della stanchezza e della fuga, attimo dopo attimo. Torno a casa con la certezza di essere parte di un popolo che vuole dire la bellezza della famiglia, e che è pronto anche a grandi sacrifici per questo. Torno con l’impressione che a volte è necessario guardarsi negli occhi, stringersi in un abbraccio, per sapere che il tuo compagno di trincea fa la tua stessa fatica ma è lì pronto a darti una mano, perché la famiglia ha tanti nemici, fuori, nella società (leggi, fisco, cultura) ma anche dentro al cuore umano, al nostro cuore pieno di stranezze, malattie spirituali, fragilità.
Torno con la certezza che se avrò bisogno di qualcosa qualcuno in questo popolo sarà sempre pronto a darmi una mano e aprirmi una porta, così come ho visto fare ieri: famiglie ospitate da altre, figli affidati e scambiati, portafogli aperti per quelli che non ce la facevano. Torno con la certezza che qualcosa di vero muove tanti cuori, e che a volte si ha bisogno di guardarsi negli occhi. Non tanto di contarsi, perché sì, eravamo in tanti, ma quello che importa non è il numero, è la certezza della compagnia, è la scoperta che siamo amici veri, perché uniti da un Amico in comune. Ci siamo chiamati a raccolta senza mezzi, senza le corazzate della comunicazione, col passaparola, su facebook e per telefono. C’è chi ha preso un giorno di ferie (per una dottoressa l’unico del mese, dico!), chi ha dovuto risparmiare per fare questo viaggio. C’è chi ha preso un aereo, un treno, un traghetto addirittura. C’è chi è venuta anche se malata, e seriamente, e non è riuscita a entrare ed è stata tre ore al freddo solo per abbracciarci, con uno dei suoi bambini. Ci sono anche persone molto importanti, professionisti seri e stimati e noti a Milano, che si sono messi in coda come tutti e poi non sono riusciti a entrare. Alcuni se ne sono andati a casa a vederci in streaming, alcuni sono restati fuori. Tra quelli fuori c’era chi veniva dall’Abruzzo, e comunque non lo ha considerato un viaggio a vuoto.
Di tutto questo ovviamente non parleranno i giornali, che non hanno praticamente riferito una sola parola di quelle che abbiamo detto, ma solo commentato la bugia lanciata da un quotidiano (“convegno omofobo”), bugia di cui, ha detto Maroni, si occuperanno gli avvocati. E hanno riferito i commenti dei contestatori, che stavano fuori, a quella bugia. Poverini, non avevano sentito niente, era difficile che commentassero, ma magari riferire una frasetta di quelle che avevamo detto dentro, così, en passant, come se si fosse giornalisti, poteva essere una cosa bella. Tanto per cambiare, dai, famolo strano.
A me, personalmente, comunque non me ne potrebbe importare di meno (a me mi non si dice ma è rafforzativo). Io torno a casa con tre buste cariche di regali, dico tre buste. Generi di conforto di ogni tipo, alimentare e spirituale. Torno a casa con la certezza che vale la pena, che qualcosa di grande ci sta facendo battere il cuore. Torno a casa con la certezza che noi vogliamo solo annunciare la gioia, perché catholics do it better, e vogliamo solo passare parola, e non siamo contro nessuno, e secondo me chi era in sala di questo si è accorto.
Torno a casa dopo avere visto un sacerdote che si è fatto mille chilometri solo per parlare tre minuti, e non ha aperto bocca per protestare. Torno a casa sapendo che ci sono ancora veri uomini come i nostri mariti e pronti a dare la vita per noi. Torno a casa sapendo che nella Chiesa ce ne sono, di uomini così, sono i sacerdoti che hanno ancora voglia di dire all’uomo la verità su di sé, e che per farlo sono pronti a fare tanta fatica, e mica solo ai convegni, ma dentro ai confessionali, nelle parrocchie, in ginocchio davanti al Santissimo, uomini a cui non importa il consenso ma la felicità vera delle persone.
Torno a casa dopo avere visto e abbracciato (molte no, non ce l’ho fatta ad abbracciarle) tante donne che hanno dato la vita – biologica o no – a tanti, tantissimi bambini, o che si sono spese in altri modi per gli altri, donne vere e generose e felici di servire, non da schiave ma da volontarie custodi degli altri. Donne che potranno dire, come la mia amica medico: non so quando né come morirò. Per certo so che morirò stanca, e molto usata. Il mio utero, il mio seno, le mie mani il mio cuore il mio cervello. Avrò usato tutto di me per aiutare la vita, e sarò molto felice di avere consumato tutto quello che potevo.
fonte: La Croce

Costanza Miriano: convegno di Milano sulla famiglia.

Papa Francesco e la famiglia



Papa Francesco all’udienza generale di oggi 21 gennaio 2015
Le famiglie sane sono essenziali alla vita della società. Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio. Loro sanno che ogni figlio è una benedizione. Ho sentito dire – alcuni [lo dicono] – che le famiglie con molti figli e la nascita di tanti bambini sono tra le cause della povertà. Mi pare un’opinione semplicistica. Posso dire, possiamo dire tutti, che la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro; un sistema economico che esclude, esclude sempre: esclude i bambini, gli anziani, i giovani, senza lavoro … – e che crea la cultura dello scarto che viviamo.
Ci siamo abituati a vedere persone scartate. Questo è il motivo principale della povertà, non le famiglie numerose. Rievocando la figura di san Giuseppe, che ha protetto la vita del “Santo Niño”, tanto venerato in quel Paese, ho ricordato che occorre proteggere le famiglie, che affrontano diverse minacce, affinché possano testimoniare la bellezza della famiglia nel progetto di Dio. Occorre anche difendere le famiglie dalle nuove colonizzazioni ideologiche, che attentano alla sua identità e alla sua missione

giovedì 11 dicembre 2014

11 dicembre 1918: nasce lo scrittore russo Aleksandr Isaevič Solženicyn

Aleksandr Solženicyn nacque a Kislovodsk nell'11 dicembre 1918 in una famiglia di origine cosacco-ucraina, figlio di una giovane vedova, Taisia Solženicyna (nata Ščerbak), il cui padre, un uomo di umili origini che si era fatto da solo, possedeva grosse proprietà nel Kurban, terreni e capi di bestiame a nord delle colline del Caucaso. Durante la prima guerra mondiale Taisia andò a studiare a Mosca, dove incontrò Isaakij Solženicyn, un giovane ufficiale dell'esercito, anche lui originario del Caucaso (la sua famiglia è restituita in maniera vivida nei capitoli d'apertura di Agosto 1914 e nel ciclo di racconti Red Wheel). Nel 1918 Taisia rimase incinta, tre mesi dopo Isaakij fu ucciso in un incidente di caccia. Aleksandr crebbe in povertà con la madre e una zia a Rostov; i suoi primi anni di vita coincidono con la guerra civile russa e a causa del regime le proprietà di famiglia furono espropriate, e trasformate in un kolchoz nel 1930. Il nonno materno fu arrestato dalla GPU (polizia politica) nello stesso anno e scomparve per sempre (si presume morisse nel 1932 durante la detenzione). Per la famiglia di Solženicyn furono anni particolarmente difficili. La madre lavorava come dattilografa e vivevano nella periferia di Rostov in un locale di 9 m². In seguito, lo scrittore russo ha affermato che sua madre combatteva per sopravvivere e non disse a nessuno del passato di suo marito nell'esercito imperiale, né dell'origine socialmente sospetta della famiglia (in quanto proprietari terrieri rientravano nella categoria dei nemici del popolo come kulaki). Taisia lo incoraggiò sempre nei suoi studi scientifici e letterari; morì a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni fisiche, prostrata dall'eccessiva mole di lavoro e dagli stenti della guerra nel 1944.
Solženicyn avrebbe voluto andare all'Università di Mosca, ma la salute precaria della madre e le condizioni economiche in cui versava la famiglia non gli permisero di trasferirsi nella capitale, quindi si iscrisse alla facoltà di matematica dell'università di stato di Rostov (si laureerà nel 1941), e allo stesso tempo frequentò per corrispondenza i corsi dell'Istituto universale per gli studi di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca.
Nonostante le tragedie familiari, a causa dell'indottrinamento martellante e pervasivo del totalitarismo comunista nella società russa, Solzenicyn crebbe come il tipico uomo sovietico, corazzato ideologicamente, fedele discepolo del marxismo-leninismo (seppur segretamente critico nei confronti di quella che considerava la tirannide morale di Stalin ed il pervertimento di questi degli ideali comunisti).
Nel 1940 si sposò civilmente con la prima moglie Natasa Resetovskaja; in seguito i due divorziarono e Solzenicyn si sposò una seconda volta con rito religioso nel 1973 assieme a Natalja Svetlova, da cui ebbe tre figli.
Costretto ad abbandonare gli studi dopo l'invasione tedesca, partì volontario per la seconda guerra mondiale. Inizialmente, a causa della sua salute cagionevole, fu assegnato in un posto lontano dal fronte come conducente di carriaggi, ma poi venne trasferito su sua richiesta alla scuola per ufficiali, dove divenne tenente d'artiglieria. Combatté successivamente con valore nella battaglia del saliente di Kursk, sul Dnepr ed in Prussia Orientale, guadagnandosi sul campo il grado di capitano. Grazie alle conoscenze acquisite nella regione prussiana, pubblicò poi una delle sue opere più rilevanti: Agosto 1914. Fu decorato due volte e proposto per l'Ordine della Bandiera Rossa, per avere salvato i suoi uomini in una situazione disperata durante una controffensiva germanica il 27 gennaio 1945. Il 9 febbraio del 1945 fu arrestato per aver criticato Stalin in una lettera privata ad un amico. Fu condannato a otto anni di campo di lavoro nei gulag e, scontata la pena, al confino perpetuo.

La prigionia nei gulag

« Per fare le camere a gas, ci mancava il gas »
Solženicyn scontò la prima parte della condanna in campi di lavoro correzionale di tipo misto (descritti nel dramma Il cervo e la ragazza)[1]. La "fase intermedia", come la chiamò lui stesso, la passò in una sharashka, uno speciale centro per le ricerche scientifiche avviato dal Ministero per la sicurezza di stato; quest'esperienza riemerge in Il primo cerchio, pubblicato nel 1968. Col passare del tempo scomparve totalmente ogni ombra di adesione all'ideologia comunista. Nel 1950, ormai totalmente disilluso sulla natura del regime sovietico, fu trasferito in un campo speciale per i prigionieri politici, a seguito della sua rinuncia a collaborare ai progetti del NKVD. Durante la sua permanenza nel campo speciale della città di Ekibastuz, in Kazakistan, lavorò come minatore, muratore e operaio in una fonderia; da quest'esperienza trarrà Una giornata di Ivan Denisovič. Parteciperà allo sciopero ed ai disordini scoppiati nello stesso campo alla fine del 1951. Negli anni di gulag, non potendo scrivere, compose centinaia di versi imparandoli a memoria e recitandoli con l'aiuto di un rosario fatto da alcuni prigionieri lituani con cento piccoli grani di pane ammollato e strizzato[1].
Dal marzo 1953 Solženicyn inizia il suo esilio nello sperduto villaggio di Kok Terek, nella steppa del Kazakistan. Durante la lunga detenzione sua moglie aveva chiesto ed ottenuto il divorzio. Solo ed abbandonato da tutti i suoi amici di un tempo, si ammalò di tumore ma non gli fu diagnosticato e alla fine dell'anno andò vicino alla morte. Nel 1954 gli fu permesso di essere curato nell'ospedale di Tashkent. Da quest'esperienza scrisse il romanzo Padiglione cancro e qualche eco c'è anche nel racconto La mano destra. Fu appunto durante questa decade di prigionia ed esilio che Solženicyn abbandonò il marxismo per posizioni filosofiche diverse e una fede religiosa, diventando un convinto cristiano ortodosso; questo cambiamento trova un interessante parallelo in Dostoevskij e nella sua ricerca delle fede durante il periodo di carcere trascorso in Siberia, un centinaio di anni prima. Tale cambiamento è descritto nell'ultima parte di Arcipelago Gulag.
Durante questi anni di esilio e (a seguito della morte di Stalin) dopo il ritorno nella Russia europea, Solženicyn, mentre di giorno lavorava (ha insegnato anche nella scuola secondaria), passava le notti scrivendo segretamente.

Solženicyn scrittore e l'esilio dalla Russia[modifica | modifica wikitesto]

« Fino al 1961 non solo ero convinto che non avrei mai dovuto vedere una sola mia linea stampata nella mia vita, ma, anche, a stento osai permettere ad alcune delle mie più vicine conoscenze di leggere quello che scrissi perché temevo che si venisse a sapere[2] »
A quarantadue anni, Solženicyn avvicinò il poeta e capo redattore del Novyj Mir Aleksandr Tvardovskij col manoscritto di Una giornata di Ivan Denisovič. Il romanzo venne pubblicato nel 1962 con l'esplicita approvazione di Nikita Chruščёv – Tvardovskij capì che era necessario per un romanzo di quel genere – e rimase l'unico lavoro di Solženicyn pubblicato in Russia fino al 1990.
La copertina di un'edizione statunitense di Una giornata di Ivan Denisovič
Una giornata di Ivan Denisovič ebbe molto successo (venne anche paragonato alla Casa dei morti di Dostoevskij) e portò i gulag all'attenzione dell'occidente. Provocò molte reazioni anche in Unione Sovietica non solo per il crudo realismo e la franchezza, ma anche perché era il maggior romanzo di argomento politico nella letteratura sovietica dagli anni venti, scritto da un membro esterno al partito, addirittura da un uomo che era stato in Siberia per "discorsi diffamatori" (la lettera su Stalin) su leader politici, senza per questo subire censura. In questo senso la pubblicazione del romanzo fu un esempio quasi senza precedenti di libertà, un affrontare liberamente la politica attraverso il mezzo letterario. Molti lettori sovietici lo capirono, ma dopo che Chruščёv perse il potere nel 1964, il tempo per tali romanzi si avviò lentamente verso la fine. Solženicyn non si arrese e tentò, con l'aiuto di Tvardovskij, di pubblicare Padiglione cancro in Unione Sovietica. Questo doveva però essere approvato dall'Unione degli Scrittori Sovietici, e sebbene molti lo avessero apprezzato, fu negata la pubblicazione in quanto non corretto e sospettato di insinuazioni e affermazioni antisovietiche (questo momento decisivo è documentato in La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria).
La stampa di questo lavoro fu rapidamente fermata; dato che era uno scrittore, fu soggetto a vessazioni, e, nel 1965, il KGB sequestra molti dei suoi manoscritti, compreso quello di Il primo cerchio. Nel frattempo Solženicyn continua segretamente il febbrile lavoro ad uno dei suoi libri più sovversivi, il monumentale saggio di inchiesta narrativa (come definito nella prima pagina) Arcipelago Gulag. Il sequestro di una delle due sole copie del manoscritto da parte del KGB (seguito dal suicidio della sua assistente che aveva confessato, sotto interrogatorio, il luogo dove era nascosto) lo fece inizialmente disperare, ma gradualmente essere libero dalla pretesa di essere uno scrittore "ufficialmente acclamato", lo fece avvicinare alla sua seconda natura, la quale fu sempre più rilevante, di scrittore e testimone della resistenza russa al totalitarismo comunista.
Sfuggito ad un tentativo di avvelenamento da parte degli organi di sicurezza nel 1968, nel 1970 Solženicyn fu insignito del Premio Nobel per la letteratura. A quel tempo non poté ricevere personalmente il premio a Stoccolma, perché temeva di non poter più ritornare dalla sua famiglia in Unione Sovietica una volta andato in Svezia. Propose di ricevere il premio in una speciale cerimonia all'ambasciata svedese a Mosca. Il governo svedese però rifiutò l'offerta perché tale cerimonia e la conseguente copertura mediatica potevano turbare il governo sovietico e quindi le relazioni diplomatiche con la Svezia. Alla fine Solženicyn ricevette il Premio Nobel nel 1974, dopo essere stato espulso dall'Unione Sovietica.
Arcipelago Gulag è un saggio narrativo, fra le più lucide e complete denunce dell'universo concentrazionario. Oltre alla propria esperienza personale, Solženicyn raccolse le testimonianze di altri 227 ex prigionieri e condusse alcune ricerche sulla storia del sistema penale sovietico. Il saggio tratta delle origini dei gulag all'epoca di Lenin e la vera creazione del regime comunista, descrivendo nei dettagli la vita nei campi di lavoro, gli interrogatori, il trasporto dei prigionieri, le coltivazioni nei campi, le rivolte dei prigionieri e la pratica dell'esilio interno. La pubblicazione del libro in occidente portò la parola gulag nel vocabolario della politica occidentale e gli garantì una veloce punizione da parte delle autorità sovietiche.
Solženicyn, a causa della sua popolarità in occidente, si guadagnò l'inimicizia del regime sovietico. Avrebbe potuto emigrare anche prima dell'espulsione, ma aveva sempre espresso il desiderio di restare nella sua madrepatria e lavorare dal suo interno per cambiarla. In questo periodo fu difeso dal violoncellista Mstislav Rostropovič, che a causa del suo supporto a Solženicyn fu costretto all'esilio.
Il 13 febbraio del 1974 Solženicyn fu deportato dall'Unione Sovietica in Germania Ovest e privato della cittadinanza sovietica. Il KGB trovò il manoscritto della prima parte di Arcipelago Gulag. Proprio qualche ora prima che venisse arrestato e mandato in esilio, il 12 febbraio 1974, Solženicyn scrisse forse la sua opera più significativa, l'appello "Vivere senza menzogna". Meno di una settimana dopo le autorità sovietiche agirono contro Evgenij Evtušenko per il suo appoggio a Solženicyn.

In Occidente

Dopo qualche tempo passato in Svizzera, si trasferì negli Stati Uniti invitato dalla Stanford University per "facilitare il suo lavoro e ospitare la sua famiglia". Andò ad abitare all'undicesimo piano della Hoover Tower, parte dell'Hoover Institute. Solženicyn si trasferì a Cavendish, nel Vermont, nel 1976. L'8 giugno 1978 gli venne conferita una laurea ad honorem in letteratura dalla Harvard University, al conferimento della quale tenne un famoso discorso[3] di condanna alla cultura occidentale.
Nei successivi diciassette anni Solženicyn lavora alacremente nel suo ciclo di quattro romanzi storici La ruota rossa completati nel 1992, all'infuori di questo portò a termine altri lavori più brevi.
Nonostante l'entusiasmo con cui fu accolto negli Stati Uniti, seguito dal rispetto per la sua vita privata, Solženicyn non si sentì mai a casa fuori dalla sua madrepatria. Il suo inglese non divenne mai scorrevole nonostante i vent'anni passati in America, anche se lesse i suoi lavori in inglese fin dalla sua giovinezza incoraggiato dalla madre. Più importante, lui sdegnò l'idea di diventare una star mediatica e di addolcire le sue idee e il suo modo di parlare per adeguarsi al linguaggio televisivo.
Gli avvertimenti di Solženicyn sul pericolo di aggressioni comuniste e l'indebolimento della tempra morale dell'occidente sono generalmente ben accolte dagli ambienti conservatori occidentali, e ben si adattano alla durezza della politica estera di Reagan, ma i liberali e i laicisti sono sempre più critici e lo considerano un reazionario per il suo patriottismo e per essere ortodosso. Viene anche criticato per la sua disapprovazione per quella che gli sembra la bruttezza e insipidità spirituale della dominante cultura pop, incluse la televisione e la musica rock[senza fonte].
« L'anima umana desidera cose più elevate, più calde e più pure di quelle offerte oggi alla massa... dallo stupore televisivo alla musica insopportabile. »

Ritorno in Russia

Aleksandr Solženicyn su un treno a Vladivostok nell'estate del 1994
Nel 1990 la cittadinanza russa di Solženicyn fu ripristinata e nel 1994 ritornò in Russia con sua moglie Natalia, che era diventata cittadina statunitense. I loro figli restarono negli Stati Uniti (più tardi il maggiore, Ermolay, ritornò in Russia per lavorare per un ufficio con sede a Mosca di una delle principali aziende di consulenza gestionale). Da quel momento Solženicyn ha vissuto con la moglie in una dacia a Troice-Lykovo (Троице-Лыково) ad ovest di Mosca, tra le dacie di Michail Suslov e Konstantin Černenko.
Dal suo ritorno in Russia nel 1994 Solženicyn ha pubblicato otto racconti brevi, una serie di "miniature" o poesie in prosa, le memorie dei suoi anni in occidente e la storia in due volumi delle relazioni tra russi ed ebrei (Due secoli insieme). In quest'ultimo lavoro Solženicyn rifiuta l'idea che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 furono il risultato di una cospirazione ebrea.[4] Nello stesso tempo però analizza con lucidità e con dati obbiettivi il legame popolare, culturale e politico che a lungo intercorse tra la rivoluzione bolscevica e un'ampia fascia della comunità ebraica, un aspetto poco noto della storia russa e sovietica.
L'accoglienza di questo lavoro conferma la figura polarizzante di Solženicyn sia in patria che all'estero. Secondo alcuni critici il libro conferma le idee antisemite di Solženicyn e della superiorità della Russia sulle altre nazioni. Il professor Robert Service della Oxford University ha difeso Solženicyn definendolo "assolutamente corretto", notando che Lev Trotsky stesso rivendicò la sproporzione rappresentata nella burocrazia sovietica dall'elemento ebraico.[5]
Un altro famoso dissidente russo, Vladimir Vojnovič, scrisse un polemico studio dal titolo Ritratto in posa da mito dal quale emerge un Solženicyn egoista, antisemita e poco abile nello scrivere. Voinovič canzonò Solženicyn anche nel suo romanzo Moskva 2042 (Москва 2042), ritraendolo con l'egocentrico Sim Simič Karnalov, un estremo, brutale e dittatoriale scrittore che cerca di distruggere l'Unione Sovietica e, alla fine, diventa il re della Russia. Usando una sottile argomentazione, Joseph Brodsky, nel suo saggio Catastrophes in the Air (in Less than One) asserisce che Solženicyn, mentre era un eroe nel palesare le brutalità del comunismo sovietico, non riuscì a vedere la probabilità che i crimini storici che lui ha portato alla luce siano la conseguenza del carattere autoritario ereditato dalla vecchia Russia e dello "spirito severo dell'Ortodossia" (idolatrato da Solženicyn), e non imputabili quindi solo all'ideologia politica.
Nei suoi scritti politici più recenti, quali Come ricostruire la Russia? (1990) e Russia in collapse (1998) Solženicyn critica gli eccessi oligarchici della nuova democrazia russa, opponendosi comunque a qualsiasi nostalgia per il comunismo . Difende inoltre il moderato e autocritico patriottismo (come opposizione ad un estremo nazionalismo), indispensabile per l'autonomia locale in una Russia libera; manifesta inoltre preoccupazione per il destino dei venticinque milioni di russi negli stati dell'ex Unione Sovietica. Chiede inoltre che venga protetto il carattere nazionale della Chiesa ortodossa russa e lotta contro l'ammissione di preti cattolici e pastori protestanti in Russia da altri paesi. Per un breve periodo condusse un programma televisivo dove espresse brevemente le sue opinioni. Tale programma fu sospeso a causa dei duri giudizi che Solženicyn esprimeva, ma Solženicyn continuò a mantenere un profilo relativamente alto nei media.
Tutti i figli di Solženicyn sono cittadini statunitensi. Uno, Ignat, è un acclamato pianista e direttore d'orchestra.
La più completa edizione (30 volumi) delle opere di Solženicyn è in corso di pubblicazione in Russia. La presentazione dei primi tre volumi ha avuto luogo a Mosca.

Morte

Solženicyn morì di infarto il 3 agosto 2008, a 89 anni[6][7]. Il servizio funebre fu tenuto nel Monastero Donskoy di Mosca il 6 agosto 2008[8]. Egli fu sepolto lo stesso giorno nel luogo che si era scelto nel cimitero del Monastero, con solenni funerali di stato.[9]. Dopo la sua morte leader russi e di varie parti del mondo lo hanno ricordato nei loro discorsi[10] Ricordato spesso anche nelle scuole durante lo studio del '900, in particolare: i totalitarismi di Stalin, Mussolini ed Hitler. Egli viene definito come un uomo forte ed autorevole che si è opposto al sistema e si è espresso, facendo conoscere a tutto il mondo le crudeltà dei campi gulag.

Visioni storico-politiche

Sull'umanità e il sacrificio

"La linea di quei pochi che sanno scegliere sacrificando se stessi è la luce che illumina il nostro futuro. Impressiona sempre questa peculiarità psicologica dell'essere umano: nel benessere e nella spensieratezza, ha paura anche delle più piccole contrarietà che toccano la periferia della propria esistenza, fa di tutto per non conoscere le sofferenze altrui e le proprie future, rinnega molte cose, perfino ciò che è importante, spirituale, essenziale pur di conservare il proprio benessere. Giunto invece alle ultime rive della miseria dove l'uomo è nudo e privo di tutto quello che sembra rendere bella la vita, ecco che trova improvvisamente in se stesso la risolutezza per fermarsi all'ultimo passo e sacrificare la vita purché siano salvi i principi. Per la prima peculiarità l'umanità non ha saputo mantenere nessuna vetta conquistata, per la seconda si è sollevata da tutti gli abissi”.

Visioni storiche

Durante gli anni passati in occidente Solženicyn diede vita ad un intenso dibattito sulla storia della Russia, l'Unione Sovietica e il comunismo, cercando di correggere quelli che considerava essere i malintesi da parte dell'Occidente.

Comunismo, Russia e nazionalismo

La storiografia tradizionale giustifica la Rivoluzione d'ottobre del 1917 sfociata in un violento regime totalitario come strettamente connessa alla storia della Russia zarista, specialmente nelle figure di Ivan il Terribile e Pietro il Grande. Solženicyn afferma che questo è fondamentalmente sbagliato ed ha liquidato il lavoro di Richard Pipes come "visione polacca della storia russa"[senza fonte]. Solženicyn nota come la Russia zarista non avesse le stesse tendenze violente dell'Unione Sovietica sottolineando che la Russia imperiale non praticava la censura se non in rari casi[11], i prigionieri politici obbligati al lavoro forzato e nella Russia zarista erano un decimillesimo rispetto a quelli dell'Unione Sovietica[12]; il servizio segreto dello zar era presente in sole tre grandi città, e non in tutta la nazione[13]. La violenza del regime comunista non era in nessun modo comparabile con quella minore degli zar[14].
Sarebbe, insomma, una forzatura biasimare le catastrofi russe del XX secolo con zar del XVI e XVIII secolo quando ci sono molti altri esempi di violenza che hanno ispirato, invece, i bolscevichi, e specialmente quello dei giacobini nel Periodo del terrore in Francia.
Critica anche l'idea che l'Unione Sovietica fosse russa in ogni suo aspetto, sostenendo che il comunismo era internazionale ed era scopo del nazionalismo usarlo come uno strumento per ingannare il popolo. Una volta al potere il comunismo tenta di cancellare ogni nazione, distruggendo la sua cultura e opprimendo il popolo. Secondo Solženicyn infatti la cultura e il popolo russo non erano dominanti della cultura nazionale dell'Unione Sovietica, dove non c'era una vera e propria cultura predominante perché oppressa in favore di una cultura ateistica sovietica; quando il regime sconfisse la paura di ribellioni da parte delle minoranze etniche ne oppresse anche la loro cultura. Quindi, il nazionalismo russo e la Chiesa ortodossa non dovevano essere considerate una minaccia per l'occidente, ma piuttosto come alleati che dovevano essere incoraggiati.[15]

Seconda guerra mondiale

Solženicyn criticò gli alleati per il ritardo con cui aprirono un nuovo fronte in occidente contro la Germania nazista, un ritardo che fu determinante per la dominazione e l'oppressione sovietica nelle nazioni dell'Europa orientale. Solženicyn sostiene che le democrazie occidentali abbiano trascurato i morti e i sacrifici tedeschi e russi pur di concludere la guerra nel modo più indolore per le nazioni occidentali. Assegnato in Prussia Orientale come ufficiale d'artiglieria, Solženicyn assistette a diversi crimini verso i civili tedeschi da parte dei "liberatori" sovietici, tra cui il saccheggio indiscriminato, gli stupri di massa e gli omicidi impuniti. Il suo poema Notti Prussiane narra di questi incidenti: il narratore racconta con toni di approvazione dei crimini sui civili tedeschi, esprimendo il desiderio di prendervi parte. Il poema descrive anche lo stupro di una donna polacca, scambiata per tedesca dai soldati dell'Armata Rossa.[16]

Stalinismo

Solženicyn non era dell'idea che Stalin fosse il creatore di uno stato totalitario.[senza fonte]

Guerra del Vietnam

Nel suo discorso all'Harvard University nel 1978 Solženicyn dichiara che molti negli Stati Uniti non capiscono la guerra del Vietnam. Anche se ci sono molti pacifisti che sostengono la necessità di fermare la guerra il più presto possibile, loro diventano complici "del genocidio e la sofferenza oggi imposta a trenta milioni di persone". Retoricamente domanda se i pacifisti americani capiscano le conseguenze che le loro azioni hanno in Vietnam chiedendo "Questi pacifisti convinti ora sentono i gemiti del loro Vietnam?"[3]
Durante il soggiorno in occidente Solženicyn fece poche ma severe dichiarazioni pubbliche attirandosi anche alcune critiche, in particolare da Daniel Ellsberg che lo considerava un traditore[senza fonte].

Guerra del Kosovo

Solženicyn con Vladimir Putin
Solženicyn ha duramente condannato i bombardamenti della NATO in Jugoslavia nel 1999 dicendo che "non ci sono differenze tra la NATO e Hitler".[17]

L'occidente

« Finché non sono venuto io stesso in occidente e ho passato due anni guardandomi intorno, non avevo mai immaginato come un estremo degrado in occidente abbia fatto un mondo senza volontà, un mondo gradualmente pietrificato di fronte al pericolo che deve affrontare... Tutti noi stiamo sull'orlo di un grande cataclisma storico, un'inondazione che ingoierà le civiltà e cambierà le epoche.[18] »

Il mondo moderno[

Solženicyn descrisse i problemi sia dell'oriente che dell'occidente come "un disastro" radicato nell'agnosticismo e nell'ateismo, riferendosi alla "calamità di un'autonoma irreligiosa coscienza umanistica"[senza fonte]. Queste posizioni lo hanno fatto tacciare di essere reazionario, anche dagli occidentali che lo avevano sostenuto come dissidente anticomunista.[19]
« Ha fatto un uomo su misura di tutte le cose sulla terra - uomo imperfetto, che non è mai libero da orgoglio, interesse personale, invidia, vanità e da dozzine di altri difetti. Ora stiamo pagando gli errori che non si sono valutati correttamente all'inizio del viaggio. Sulla direzione dalla rinascita ai nostri giorni abbiamo arricchito la nostra esperienza, ma abbiamo perso il concetto di un'entità completa suprema che ha trattenuto le nostre passioni e la nostra irresponsabilità.[3] »

Pena di morte[

Solženicyn, nei suoi ultimi anni di vita, prese posizione a favore della reintroduzione della pena di morte in Russia, cosa sempre respinta dal Presidente Vladimir Putin, per il reato di terrorismo.[20][21]

Papa Francesco: Dio è una mamma che canta la ninna nanna

Papa Francesco: Dio è una mamma che canta la ninna nanna                                    

Credit Foto - Ansa

Dio è come una mamma, ci ama gratuitamente, ma noi spesso vogliamo controllare questa grazia in una sorta di contabilità spirituale: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta.

Dio salva il suo popolo non da lontano ma facendosi vicino, con tenerezza. Papa Francesco, prendendo lo spunto dal profeta Isaia, fa un paragone:
“E’ tanta la vicinanza che Dio si presenta qui come una mamma, come una mamma che dialoga con il suo bambino: una mamma quando canta la ninna nanna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino e parla con il tono del bambino al punto di fare il ridicolo se uno non capisse cosa c’è lì di grande: ‘Non temere, vermiciattolo di Giacobbe’. Ma, quante volte una mamma dice queste cose al bambino mentre lo carezza, eh? Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova… ti farò grande… E lo carezza, e lo fa più vicino a lei. E Dio fa così. E’ la tenerezza di Dio. E’ tanto vicino a noi che si esprime con questa tenerezza: la tenerezza di una mamma”.

Dio ci ama gratuitamente – ha affermato il Papa - come una mamma il suo bambino. E il bambino “si lascia amare”: “questa è la grazia di Dio”. “Ma noi, tante volte, per essere sicuri, vogliamo controllare la grazia” e “nella storia e anche nella nostra vita abbiamo la tentazione di mercificare la grazia”, renderla “come una merce o una cosa controllabile”, magari dicendo a noi stessi: “Ma, io ho tanta grazia”, oppure: “Ho l’anima pulita, sono in grazia”:
“E così questa verità tanto bella della vicinanza di Dio scivola in una contabilità spirituale: ‘No, io faccio questo perché questo mi darà 300 giorni di grazia … Io faccio quell’altro perché questo mi darà questo, e così accumulo grazia’. Ma cos’è la grazia? Una merce? E così, sembra di sì. Sembra di sì. E nella storia questa vicinanza di Dio al suo popolo è stata tradita per questo atteggiamento nostro, egoista, di voler controllare la grazia, mercificarla”.

Il Papa ricorda i gruppi che al tempo di Gesù volevano controllare la grazia: i Farisei, resi schiavi dalle tante leggi che caricavano “sulle spalle del popolo”. I Sadducei, con i loro compromessi politici. Gli Esseni, “buoni, buonissimi, ma avevano tanta paura, non rischiavano” e finivano per isolarsi nei loro monasteri. Gli Zeloti, per i quali la grazia di Dio era “la guerra di liberazione”, “un’altra maniera di mercificare la grazia”.

“La grazia di Dio – ha sottolineato - è un’altra cosa: è vicinanza, è tenerezza. Questa regola serve sempre. Se tu nel tuo rapporto con il Signore non senti che Lui ti ama con tenerezza, ancora ti manca qualcosa, ancora non hai capito cos’è la grazia, ancora non hai ricevuto la grazia che è questa vicinanza”. Papa Francesco ricorda una confessione di tanti anni fa, quando una donna si macerava sulla validità o meno, come osservanza del precetto, di una Messa frequentata di sabato sera per un matrimonio, con letture diverse da quelle della domenica. Questa la sua risposta: “Ma, signora, il Signore la ama tanto a lei. Lei è andata lì, ha ricevuto la Comunione, è stata con Gesù … Sì, ma stai tranquilla, il Signore non è un commerciante, il Signore ama, è vicino”:
“E San Paolo reagisce con forza contro questa spiritualità della legge. ‘Io sono giusto se faccio questo, questo, questo. Se non faccio questo non sono giusto’. Ma tu sei giusto perché Dio ti si è avvicinato, perché Dio ti carezza, perché Dio ti dice queste cose belle con tenerezza: questa è la giustizia nostra, questa vicinanza di Dio, questa tenerezza, questo amore. Anche a rischio di sembrarci ridicolo il nostro Dio è tanto buono. Se noi avessimo il coraggio di aprire il nostro cuore a questa tenerezza di Dio, quanta libertà spirituale avremmo! Quanta! Oggi, se avete un po’ di tempo, a casa vostra, prendete la Bibbia: Isaia, capitolo 41, dal versetto 13 al 20, sette versetti. E leggetelo. Questa tenerezza di Dio, questo Dio che ci canta a ognuno di noi la ninna nanna, come una mamma”